La composizione da costruire – di Salvatore Cominu

Presentiamo il testo dell’introduzione di Salvatore Cominu alla sessione dedicata alla “composizione di classe” nell’ambito del seminario La crisi messa a valore (Milano, 29 e 30 novembre)

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La giornata di oggi, che segue la sessione di ieri sugli scenari emergenti della crisi, sarà dedicata alle trasformazioni della composizione di classe (o della composizione sociale del lavoro) e alle lotte nella crisi. Per restringere il campo proponiamo tre focus:

  • I cambiamenti, nella crisi, della composizione sociale del lavoro o se si preferisce della composizione di classe. Porci il problema di cosa sia diventata, o cosa stia diventando, la classe, anzitutto dal punto di vista della sua articolazione tecnica.
  • Le trasformazioni della sua composizione politica, della soggettività: desideri, aspettative, valori, modo di percepirsi nel produrre, nel consumare, nel riprodursi, reti e relazioni sociali, per giungere alla disponibilità alla lotta e all’azione collettiva.
  • I soggetti e i luoghi delle lotte. Quelle che ci sono state, quelle che non ci sono state, quelle da prevedere, anticipare, costruire.

Prima di entrare nel merito delle questioni, anticipate peraltro dalla griglia diffusa in rete insieme al programma, vorrei proporre alcune indicazioni di metodo.

  1. Cercare, laddove possibile, una connessione con la ricca discussione di ieri.
  2. Per quanto possibile, oltre ad esplicitare tendenze di lungo periodo, dovremmo sforzarci di vedere se con la crisi cambia (o è cambiato) qualcosa.
  3. Evitare due rischi: i) lo schiacciamento sulla congiuntura (l’ultimo evento, l’ultima lotta, l’ultimo risultato elettorale) ii) l’autoreferenzialità. La nostra produzione di discorso deve ambire a essere riconosciuta dalla composizione sociale cui ci rivolgiamo.

Il punto di arrivo della discussione dovrebbe necessariamente misurarsi con la questione della soggettività e della contro-soggettività. Dove i soggetti formano la loro visione del mondo, sviluppano appartenenza, dove (in quali spazi e intorno a quali pratiche) si coalizzano o possono coalizzarsi, per quali obiettivi sono disposti a lottare, ecc. Quanto ciò passa per i luoghi di lavoro tradizionalmente intesi, quanto nello spazio urbano, quanto nei processi di consumo lavorizzato, nella sfera riproduttiva (anch’essa lavorizzata), quanto all’esterno di tutto ciò, in una sfera sottratta o che si pretende sottratta alla razionalità capitalistica?

  1. Cosa ci dice il ciclo di lotte nella crisi? Cosa ci dicono le non lotte?

Alcune parziali indicazioni ci sono fornite da quello che si è definito ciclo di lotte globali nella crisi. Tenuto conto delle differenze (tra Il Cairo e Madrid, tra Santiago del Cile e New York, tra Oakland e Atene, o Istanbul e Rio) troviamo in queste mobilitazioni dei temi ricorrenti: i soggetti (tendenzialmente giovani, spesso istruiti ma con scarse prospettive, componenti sociali colpite da processi di impoverimento o declassamento); le piazze (lo spazio pubblico da occupare, o da ri-pubblicizzare) come luogo di ricomposizione; in generale, la rilevanza di temi attinenti ai beni comuni, che tematizza alcuni snodi cruciali del capitalismo contemporaneo. Il problema che ci consegnano risiede nella sostanziale assenza di significative sedimentazioni organizzative e istituzioni di contro-potere (anche se alcuni processi organizzativi – es. Spagna – potrebbero essere letti diversamente).

In sede preliminare abbiamo tentato di fornire uno schema di possibile lettura di questo ciclo di lotte, distinguendo in modo brutale tra lotte nei cd Brics (uso il termine per velocità) e nei paesi a capitalismo maturo. Da un lato, in Europa e in Nord America (soprattutto nell’Europa meridionale) abbiamo avuto mobilitazioni in un contesto di “aspettative decrescenti”, per difendersi o opporsi a processi di declassamento e impoverimento. Dall’altro (in particolare pensiamo al Brasile, ma con aspetti peculiari e specifici nella stessa Cina) lotte a partire da “aspettative crescenti”, dalla percezione di potersi appropriare di una ricchezza in espansione prodotta collettivamente ma dalla quale si è esclusi. Le aspettative decrescenti aumentano le difficoltà di trovare terreni comuni e dinamiche di ricomposizione (è quello che abbiamo visto in Italia). Ci rendiamo conto di riprendere una categoria non nuova, che risale addirittura a De Tocqueville, ma è muovendo da questa traccia che chiediamo a Beppo Cocco di fornire il suo punto di vista, a partire anche dalle lotte in Brasile.

Non per provincialismo, ma credo che uno sguardo particolare dobbiamo riservarlo a quanto ci dicono le lotte, e le non lotte, in Italia, dove al netto dell’esperienza del movimento No Tav abbiamo avuto esplosioni abbastanza sporadiche, alcune importanti lotte sul lavoro (logistica, trasporto pubblico a Genova, ecc.), mobilitazioni “spurie” (#9D di Torino), alcune esperienze, dalle occupazioni degli operatori della cultura (con tutte le differenze del caso), e le lotte per l’abitare che ad oggi ci consegnano forse l’unico caso di radicamento sul territorio. Abbiamo soprattutto avuto un ciclo di “non lotte”. Mondi che non si sono sollevati, settori di classe che esprimono rabbia e malessere talvolta attraverso il voto (come quello che ha premiato il M5S nel 2013), o il non voto, comunque in forma individuale. E’ però un malessere che non tracima e non produce azione collettiva, e quando la produce (con le dovute eccezioni) non le sedimenta o generalizza.

Sussunzione, impresa, lavoro cognitivo

A un altro livello della discussione, mi ricollego all’intervento di Carlo Vercellone della giornata di ieri, la questione della soggettività incrocia le trasformazioni del capitalismo. Qui occorre fare i conti con due rappresentazioni forti: la prima attiene alla natura “estrattiva” dell’accumulazione contemporanea, ossia al primato delle pratiche di “spossessamento” (di appropriazione e messa a valore di beni comuni) rispetto alle tradizionali forme di sfruttamento del lavoro, proprie del capitalismo industriale. La seconda, ieri stilizzata in modo necessariamente sintetico da Carlo, di capitalismo “cognitivo”, che per essere più precisi rinvia alla contraddizione centrale tra economia fondata sulla conoscenza e capitalismo cognitivo. Estrattivo e cognitivo non sono sinonimi, ma queste due rappresentazioni hanno alcune convergenze, di cui la principale è forse l’insistenza sulla prerogativa rentier del capitalismo contemporaneo. Da qui anche, per ritornare ancora all’intervento di Carlo, un nuovo primato della sussunzione formale sulla sussunzione reale. Siamo in presenza di un capitalismo (banalizzo) che crea valore i) appropriandosi di risorse comuni ovvero ii) di quanto prodotto in modo autonomo da una cooperazione sociale indipendente che gli preesiste o lo eccede (questa è appunto sottomissione formale del lavoro al capitale, laddove quella reale presuppone l’intervento diretto del capitalista nel dare una “diversa forma alla produzione” – con la tecnica, la scienza, le macchine, ecc.)

Queste proposte teoriche hanno portato un contributo fondamentale per la comprensione dei processi di accumulazione nel nuovo capitalismo. Se ci trovassimo in un’altra sede, aggiungo (ad es. in una riunione Fiom), saremmo i primi a proporle e difenderne il valore analitico ed euristico. Credo che qui si possa però tranquillamente discutere anche dei loro (possibili) limiti; provo quindi a formulare alcune domande ed esplicitare dei dubbi.

La categoria di capitale estrattivo è un’arma teorica fondamentale per i movimenti contro i processi di espropriazione delle città e dei territori, di devastazione ambientale, di gentrification, di finanziarizzazione dell’economia. Ha poi evidente riscontro empirico nella gerarchia interna al capitalismo. L’attuale gruppo al vertice del capitalismo italiano, ad esempio, è fatto soprattutto di riscossori di pedaggi (per citare Sergio Bologna) e di nuove tasse sul macinato, spesso garantite dal potere politico: telefonia, energia, autostrade, aeroporti, ferrovie, assicurazioni, banche. I processi di accumulazione e di concentrazione delle ricchezze si sono basati, negli ultimi decenni, piuttosto che sul valore prodotto dalle imprese di industria e servizi, sulle aspettative di redditività di volta in volta mobilitate: il ciclo del real estate degli anni Duemila, ad esempio.

A me pare che la tesi estrattivista presenti anche dei problemi. Il primo lo citava ieri Raf Sciortino, e rinvia al campo della “varietà” dei capitalismi, o meglio alle diverse articolazioni assunte nello spazio (e che potrebbe assumere nel tempo) dal rapporto tra finanza e “industria”. Il capitale finanziario a prevalente matrice anglosassone esercita una funzione di comando e prelievo sull’intera ricchezza prodotta nel pianeta, ma questa è realizzata anche (e in alcune aree soprattutto) attraverso modalità “tradizionali”. L’estrazione va letta di conseguenza in rapporto con lo sfruttamento, più che come sfera indipendente.

In secondo luogo l’estrazione è un lavoro; le imprese estrattive occupano spesso decine di migliaia di persone in svariate attività di esplorazione, di monitoraggio, di stoccaggio e trasferimento delle informazioni, di contatto, vendita, assistenza, di standardizzazione e clustering dei segnali che raccolgono, e via di seguito.

Infine, per quanto il capitale incrementi sé stesso più attraverso estrazione che mediante sfruttamento, redditi, prestigio, potere sociale degli individui continuano a derivare soprattutto dalla posizione che occupano nella divisione sociale e tecnica del lavoro, che rimane importante (anche se non unica) fonte riproduttiva di rapporti sociali e di soggettività.

2. Capitalismo e lavoro cognitivo

Tralasciamo i tanti meriti teorici e politici delle categorie di lavoro e capitalismo cognitivo. Per venire alle questioni, a me sembra che in questo dispositivo possano riconoscersi prevalentemente alcune componenti del lavoro. Per quanto, Carlo ieri non l’ha detto ma lo ha scritto in svariate occasioni, cognitivo non indichi una élite di lavoratori della conoscenza (à la Peter Drucker), credo però che in questa rappresentazione si possano riconoscere soprattutto determinati segmenti di lavoro intellettuale, culturale, creativo. E che in Italia, in specifico, dove esistono poche industrie della conoscenza, della cultura e della creatività, siano anche settori abbastanza “arretrati” dal punto di vista capitalistico (anche se non è detto che lo siano per la lotta contro il capitalismo). Oppure che vi si possano riconoscere soggetti dotati di forte autonomia, che sono però di norma ben remunerati e godono di un certo prestigio sociale.

Penso viceversa che difficilmente possano riconoscersi nell’immagine di elevata autonomia dal controllo capitalistico i ben più consistenti strati di lavoro cognitivo esposto a processi di sottomissione reale, abilitati anche dallo sviluppo di una generazione di IT di nuovo tipo. Non di sola Internet si parla, parliamo di processi gestionali, di algoritmi, di macchine che apprendono, di nuova robotica, di mezzi che in generale potenziano la cooperazione e la produttività, ma impoveriscono e omologano le esperienze cognitive.

Esistono tanti tipi di conoscenza e di prestazioni intellettuali, timiche, relazionali, comunicative. Quando si parla di economia della conoscenza, tutti pensano alla conoscenza generativa, raramente si bada al fatto che la produzione cognitiva presuppone molta conoscenza replicativa, “lavoro stupido”. A me sembra che proprio la ricerca di maggiore produttività del lavoro intellettuale stia spingendo una generale svolta tecnica in cui il capitale, lungi dallo svolgere funzioni meramente passive, effettivamente “cambia forma alla produzione”. Di questo processo rendono conto anche le ricerche empiriche sul lavoro intellettuale, che chiamano esplicitamente in causa i concetti di standardizzazione e intensificazione.

Ovviamente non tutto è macchinizzabile e molte attività non lo sono affatto. Ma i mezzi che formano il capitale fisso della produzione cognitiva non sono solo macchine o dispositivi digitali. Lo sono anche le tecniche (si pensi a quelle di contatto e di vendita), le procedure, l’informazione codificata, le formule organizzative, il lay out degli spazi, ecc.. Anche il lavoro pubblico è con intensità variabile (anche per le resistenze e inerzie organizzative, qui molto forti) in fase di riorganizzazione su queste basi. E lo sono per alcuni aspetti il consumo lavorizzato (che crea valore) e il lavoro riproduttivo. Facebook e Twitter, ad es., non potrebbero creare valore se non omologassero i modi di abitare i social network.

2.1. Alcuni chiarimenti necessari.

Parlare di industrializzazione del cognitivo non significa ritornare al passato. Penso che sia fuorviante la definizione, che pure molti usano e che forse in alcuni settori è appropriata, di taylorismo digitale. Industrializzazione non significa per forza taylorismo. Nella gran parte dei casi mezzi e tecnologie neo-industriali implicano attivazione, presuppongono il coinvolgimento attivo ed emotivo di chi le usa; come è stato scritto (Ursula Huws), nel lavoro cognitivo c’è una danza dialettica tra autonomia e controllo. Altrettanto evidentemente non implica alcun ritorno ad una regolazione fordista. Questa industrializzazione è anzitutto funzionale a produrre beni e servizi diversificati, ma soprattutto non si dà alcuna possibilità, oggi, di ripristinare il rapporto tra valore e parziale redistribuzione di ricchezza del fordismo. Lungi da me, infine, pensare che il progetto di imbrigliare il lavoro cognitivo sia per forza vincente. Diciamo che c’è.

2.2 Perché è importante ragionare di questi temi?

Se quanto detto coglie almeno in parte dei processi reali, occorre trarne alcune conseguenze.

  1. Primo, in questi processi prendono forma nuove gerarchie e stratificazioni del lavoro, anche nel campo del lavoro intellettuale, dove distinguerei tre livelli.
  2. Un nucleo di super-creativi o soggetti con posizioni di relativo potere, che tuttavia ci interessano relativamente (se non per curiosità intellettuale). Anche da qui naturalmente possono emergere, come è sempre accaduto, soggetti che individualmente o a piccoli gruppi, si posizionano su un versante critico o esplicitamente anticapitalistico. Parliamo però di singoli.
  3. Soggetti con forte autonomia e di solito abbastanza precari, che operano prevalentemente in settori “periferici” del capitalismo contemporaneo (uso il termine “periferico” per brevità, ma il discorso è certamente più complesso e articolato). È soprattutto presso questo strato (lavoro culturale, frammenti di economia sociale, bohemièn tecnologici) che il nostro approccio ha raccolto negli anni passati un relativo interesse .
  4. Un ampio strato inferiore di lavoro relativamente standardizzato, oppure regolato in forma burocratica, interessato da evidenti processi di declassamento.

Saranno vent’anni che sogniamo la rivolta del lavoro cognitivo, ma neanche con la crisi e nei più evidenti casi di declassamento e precarizzazione abbiamo avuto significativi fenomeni di resistenza e di lotta. L’impressione è che (almeno finora) il professionista, il creativo, l’artista, si mangino il proletario e il declassato. Anche se questa frustrazione, questo gap tra aspettative e prospettive realmente perse giubili, continua a costituire risorsa politica potenziale (soprattutto, direi, tra gli studenti).

In compenso ci sono state e si ripropongono oggi forti spinte all’exit, alla ricerca fuori delle imprese di una valorizzazione effettiva delle proprie capacità. Questo processo può contenere ambivalenze (perlopiù così è stato letto da noi), ma non necessariamente. Circolano troppe interpretazioni di “sinistra” di fenomeni come la sharing economy, l’innovazione social, i coworking. Io vorrei che qualcuno mi spiegasse perché queste pratiche siano progressive in sé. Certo, possono alludere a processi di parziale de-lavorizzazione, alla produzione di nuovi legami sociali, alla problematica ricerca di un primato dei valori d’uso, non demonizzo affatto queste prospettive che andrebbero anzi coltivate. Ma hanno questa valenza quando c’è un’intenzionalità politica o socio-culturale che opera esplicitamente in questa direzione. Per la larga maggioranza non è così. Oltre che socialmente non svantaggiate (non lo sono per origine famigliare ma neanche per capacità di quotare la loro condizione al mercato dei media e anche della politica), queste componenti a me sembrano assai più frequentemente orientate alla riscrittura delle coordinate simboliche del nuovo capitalismo. E allora occorre perlomeno distinguere tra situazione e situazione.

3. Torniamo alle domande iniziali.

 Con quali settori della composizione sociale vogliamo entrare in “connessione sentimentale”? Quale coalizione va immaginata e organizzata, o andrebbe immaginata e organizzata? In quali spazi ricercare sedimentazione e continuità organizzativa? Credo che queste domande vadano situate nello scenario tratteggiato ieri, soprattutto con l’intervento di Christian Marazzi, di un imminente ricaduta nella crisi conclamata, in un quadro geopolitico però molto più complesso e con la guerra guerreggiata su larga scala come possibilità niente affatto remota.

Credo sia utile, per introdurre questo dibattito, chiedersi cosa sia accaduto a livello di composizione sociale in questi anni e quali risposte siano arrivate dai settori investiti dalla crisi.

Anzitutto i gruppi sociali “vincenti” del ventennio tra gli anni Ottanta e gli anni Duemila sono diventati i perdenti della crisi: i ceti medi autonomi (i più declassati di tutti) e il lavoro dipendente pubblico, che per una serie di ragioni non è stato ancora attaccato in modo radicale. Questa lower middle class appare oggi disposta a sostenere un declino governato, una moderata innovazione degli assetti produttivi e redistributivi, la contrattazione soft dei vincoli europei. E’, per dirla in breve, la base sociale, tutt’altro che fidelizzata, del renzismo. In questo declassamento aveva però pescato a mani basse anche il M5S

In questi anni si sono gonfiati due grandi agglomerati sociali urbani. i) Abbiamo ormai una presenza strutturale, nelle grandi città, di superflui (strutturalmente esclusi) che sconfinano in altre forme di esistenza sociale cronicamente precarie o di povertà in senso stretto. Non è detto, tuttavia, che questi soggetti siano “improduttivi” sotto il profilo della lotta di classe. Proprio i conflitti sull’abitare, ma anche esplosioni come il #9D, ci dicono che forse non è così. Tuttavia, questo margine sociale ha scarse possibilità di produrre coalizioni sociali allargate intorno alle proprie pratiche, se non in forma estemporanea. ii) Il secondo agglomerato è costituito dall’operaietà terziaria nei servizi dequalificati o considerati tali, perlopiù ad alta intensità di lavoro, nei settori di produzione e riproduzione delle città: dalla logistica al lavoro di cura, dai servizi base del welfare ai circuiti distributivi, le attività ristorative, di pulizia, di manutenzione e ripristino del territorio e della mobilità. Una parte di questi soggetti ha maggiori possibilità di migliorare le proprie condizioni attraverso il conflitto di quante ne abbiano gli operai dei settori esposti alla delocalizzazione. La produzione di beni, infatti, può essere delocalizzata, la riproduzione della città e del vivente no. Accade raramente, ma quando accade assume intensità e forme radicali e innovative. Da noi il riferimento immediato è ai lavoratori della logistica, ma esempi possiamo trovarne molti nel mondo. E’ un nuovo proletariato urbano tendenzialmente poco interessato alla sfera della rappresentanza.

Resta infine il mondo industriale in senso classico, che in Italia mi guarderei dal definire residuale, e che forse è stata il principale motore di terziarizzazione avanzata del paese. I nuclei ancora relativamente “tutelati” di questo mondo hanno mantenuto finora una certa fiducia nel residuale sistema di relazioni industriali e di ciò che restava della concertazione. In effetti hanno lottato solo a fronte della minaccia di deindustrializzazione. Bisogna tuttavia vedere cosa accadrà ora che questi “privilegi” sono in definitiva dismissione. Sono convinto, in altre parole, che in qualche modo dovremmo porci il problema di cosa rappresenta “il popolo di Landini”, al di là della evidente genesi tutta interna alla dialettica del centro-sinistra della frattura tra governo e CGIL.

Per venire al problema, sarà difficile orientare i conflitti prossimi e la possibile radicalizzazione (che presenta anche tratti inquietanti) legata al nuovo precipitare della crisi, stando solo sul margine sociale o rivolgendosi alle minoranze critiche del mondo culturale e creativo. Penso che una coalizione tra strati impoveriti di ceto medio, nuclei di operai industriali e di operai terziari urbani, minoranze critiche e strati inferiori di lavoratori della conoscenza sia il mix sociale, la composizione da costruire. Non possiamo in questo senso guardare solo a chi si è già mosso, ma pensare, immaginare anche i possibili soggetti dei conflitti a venire.

Intorno a quali pratiche e quali luoghi è oggetto del dibattito di oggi. Nonostante l’insistenza sui nuovi processi di sottomissione reale del lavoro, anche cognitivo, penso che il terreno della produzione diretta possa costituire solo uno dei campi del conflitto, e che solo nei contesti in cui può diventare vertenza sociale (es. Terni, Taranto, Sulcis) abbia valore ricompositivo. Le soggettività si formano in larga parte, ancor oggi, sul terreno della produzione, ma la ricomposizione e sedimentazione organizzativa va ricercata nello spazio, sul territorio, e soprattutto nelle città. In questo senso, anche i giovani lavoratori precari sono un frammento importante. Molti conflitti “territoriali”, per diritto all’abitare, alla mobilità, ai servizi, al sapere hanno visto per protagonisti, anche se non esclusivi, soggetti collocabili in questo campo. E l’opposizione alla riduzione delle città a campi di espropriazione e di nuove rendite è uno dei terreni della lotta di classe di oggi e del futuro.

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