Il movimento della logistica-facchinaggio: paradigma di resistenza nell’Italia della crisi? – di Carlo Pallavicini

In questa settimana, il conflitto sulla logistica è ripreso. All’Ikea di Piacenza, a seguito dei licenziamenti di alcuni facchini del sindacato Sin-Cobas, sono cominciati blocchi con cariche della polizia. Pubblichiamo un’analisi del settore della logistica e della lotta in corso da parte di chi la vive quotidianamente, anche per avviare una discussione critica in merito.

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Cerchiamo di definire i tratti del movimento della logistica-facchinaggio. All’indomani dell’ennesima giornata di scontri davanti al magazzino IKEA di Piacenza, può essere un esercizio utile a orientarci e a muoverci con maggiore sicurezza all’interno dell’arcipelago delle resistenze che si sta delineando nel nostro paese.

1.    Nell’odierna società capitalista la logistica è un settore che ha ormai acquisito una centralità indiscussa. Potremmo dire che la logistica è in realtà da sempre un pilastro del modo di produzione capitalistico, intendendo le parole “modo di produzione” in un’accezione larga che non si riferisce solamente alla produzione materiale di beni ma alla produzione di profitto -in ultima analisi il vero “prodotto” di cui si alimenta il capitalismo stesso- cui è necessario lo spostamento delle merci e dei beni prodotti. Un grande contributo per comprendere meglio l’importanza della logistica nell’economia contemporanea ci arriva da un classico dell’economia critica. Marx, mentre dedica il primo libro del Capitale alla descrizione del pluslavoro, si concentra nel secondo libro sul processo di circolazione successivo al processo di produzione. Esso porta sulla scena una nuova variabile di valorizzazione, il coefficiente di rotazione del capitale. Il ragionamento può essere intuitivo: il processo di valorizzazione (pluslavoro-plusvalore-profitto) si sviluppa nel tempo secondo una successione necessaria di fasi che vanno, premesso un certo ammontare di denaro iniziale, dall’acquisto dei fattori produttivi (mezzi di produzione e forza-lavoro) al realizzo in denaro delle merci prodotte: Denaro = (Forze-lavoro+Mezzi di produzione) > Produzione >  Merci = (Denaro+Plusvalore) à D-  M – D’. All’interno di questo processo domina naturalmente il tempo di produzione durante il quale vengono prodotte materialmente le merci. Ma pure le fasi a monte e a valle di questo processo di lavoro richiedono tempo (oltre che impegno e attività),  un tempo durante il quale il capitale non si accresce direttamente di valore non essendo sottoposto ad alcun processo di trasformazione immediato, ma soltanto ad operazioni commerciali che, nelle condizioni ideali di mercato che vengono presupposte dalla teoria, si svolgono a condizioni di scambio equivalente. Così il capitale vi ristagna poco produttivamente, anche se necessariamente. In effetti, come va speso tempo d’investimento per trasformare il denaro iniziale in mezzi di produzione e forza-lavoro, così va dedicato tempo di vendita per le merci prodotte ed il tempo complessivo necessario a queste due attività supplementari alla produzione diretta, che si distinguono da essa perché improduttive, in modo diretto, di pluslavoro, è denominato da Marx tempo di circolazione. Sommandosi al tempo di produzione, il tutto costituisce il tempo di rotazione del capitale, che misura quanto tempo è necessario affinché un certo denaro anticipato alla produzione si trasformi in maggior denaro capace di ricominciare un altro ciclo di valorizzazione. Si comprende immediatamente come la lunghezza di questo tempo di rotazione condizioni il numero delle volte in cui un capitale può ripetere il suo percorso di valorizzazione entro una certa unità di tempo.

2.    La logistica è andata nel nostro paese organizzandosi attorno al modello del lavoro cooperativo. Il lavoro all’interno degli stabilimenti logistici è infatti in massima parte appaltato a imprese cooperative. In materia di diritto del lavoro e relazioni industriali esistono storiche diffidenze tra il movimento cooperativo e il Sindacato che sorgono innanzitutto dalla diversa visione della tutela del lavoratore: per le organizzazioni cooperative la stessa è da ricercarsi prevalentemente negli strumenti proprietari e associativi, per il Sindacato al contrario lo strumento principe sono i contratti . Come vedremo, questo differenza di visioni è tanto più accentuata nel nostro particolare ambito di studio, per una serie di peculiarità della manodopera (nella quasi totalità immigrata) e delle cooperative (in massima parte spurie, quindi non affiliate a leghe e svincolate da eventuali codici etici sino al punto da poter rientrare a pieno titolo fra le cosiddette “cooperative di comodo”). La legge di riferimento in materia di cooperazione rimane la 142/2001, che interpreta il rapporto mutualistico fra soci delle cooperative come prestazione di attività lavorative. Stando alla legge, i soci: a) concorrono alla gestione dell’impresa partecipando alla formazione degli organi sociali e della struttura di direzione, b) partecipano all’elaborazione di programmi di sviluppo, c) contribuiscono alla formazione del capitale sociale e partecipano al rischio d’impresa nonché ai risultati economici.

3.     La novità più eclatante subentrata con la 142/2001 risiede probabilmente nel 1° comma dell’ art. 3, laddove si dispone esplicitamente che, nei confronti dei soci che hanno esercitato l’opzione per il lavoro dipendente, debba essere garantito un trattamento proporzionale alla quantità e qualità del lavoro prestato “e comunque non inferiore ai minimi previsti, per prestazioni analoghe, dalla contrattazione collettiva nazionale del settore (CCNL) o della categoria affine”. Si arriva quindi ad una situazione singolare, per certi versi paradossale, in cui i lavoratori non soci (che dovrebbero essere più tutelati, stante la loro posizione esclusivamente subordinata) non dispongono ex lege di una garanzia retributiva (cioè il trattamento economico non inferiore ai CCNL), potendo arrivare al limite al riconoscimento del “minimo costituzionale” ex art. 36 Cost., che come si diceva non sempre coincide con il “Minimo contrattuale”.

4.    Rispetto alla 142/2001 abbondano i casi di palese violazione: basti pensare che in quasi tutte le cooperative non vengono effettuate le assemblee dei soci in merito all’elezione degli organi dirigenti e nemmeno si decidono le scelte strategiche della cooperativa. Le pochissime cooperative che svolgono le assemblee le convocano ad orari, o in luoghi, impossibili per i loro soci. Inoltre le cooperative sono composte quasi esclusivamente da lavoratori stranieri che conoscono a malapena l’italiano ed in queste assemblee vengono chiamati a prendere decisioni su cose e argomenti che non possono ovviamente comprendere senza un’adeguata preparazione.

Il Codice Civile, all’art. 1655, recita “L’appalto è il contratto col quale una parte (l’appaltatore) assume, con organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio, il compimento di un’opera o di un servizio verso un corrispettivo in denaro”. Anche rispetto a tale enunciazione possiamo riscontrare delle devianze: il requisito fondamentale di conformità all’articolo è che l’appaltatore sia a tutti gli effetti un imprenditore e non un  semplice intermediario, impieghi una propria organizzazione produttiva ed assuma i rischi della realizzazione dell’opera o del servizio appaltati. Al contrario, nella quasi totalità degli appalti di manodopera presenti non esiste autonomia imprenditoriale e nemmeno il rischio d’impresa. I soci lavoratori di queste cooperative vengono, spesso, gestiti e organizzati dal personale dell’azienda committente. Sono spesso  i datori di lavoro, o i suoi responsabili e capi reparto, a regolare le assunzioni e i licenziamenti dei soci lavoratori delle cooperative appaltatrici, favorendo il generarsi di fenomeni di vero e proprio caporalato.

5.    Nonostante i prodromi si siano verificati in Lombardia ed episodi similari stiano diffondendosi frequentemente anche in altre regioni, è l’Emilia Romagna ad essere stata al centro, negli ultimi due anni, di una diffusa successione di forme di vertenzialità conflittuale che hanno coinvolto il mondo della logistica. Decine di magazzini del settore sono stati al centro di scioperi: dalle aziende maggiori (Bartolini, TNT, GLS, DHL…) a ditte minori, sino a coinvolgere il comparto logistico di imprese multinazionali come Ikea e Granarolo. Stiamo di fronte ad un fenomeno tutt’ora in fase di sviluppo.

A partire da questi input molto diretti si è sviluppata la  “madre di tutte le battaglie” nel settore della logistica, quella che ha interessato Pioltello, nell’hinterland  milanese, a partire dal 2008. Al centro della vicenda il magazzino di una grossa impresa di distribuzione alimentare, Esselunga. A guidare la protesta dei facchini assunti dal consorzio SAFRA il sindacato Slai Cobas, che nel corso della vertenza sarà interessato da una scissione interna dalla quale si originerà il SiCobas.

Il riferimento alla vicenda di Pioltello è doveroso perché è stata appunto la prima, la più grande (numerosi sono stati gli eventi e le manifestazioni di solidarietà che hanno coinvolte forze politiche e sociali da tutta l’area del milanese, contando a volte le adesioni a migliaia) e la più dura delle battaglie intentate dai facchini della logistica. In essa emergono già alcuni dei tratti che vedremo essere caratterizzanti del settore: presenza del sindacalismo di base, alto livello di conflittualità sindacale, problemi di ordine pubblico. Tuttavia, proprio a causa dell’intransigenza datoriale, il caso non si presta all’analisi di uno sviluppo completo delle vertenza: di fatto, essa è ancora in atto. Non esistono, salvo che per la particolare sotto-vicenda giudiziaria, ne vincitori ne vinti.  Un primo caso di vittoria operaia è stato invece quello della FIEGE di Brembio, ditta a cui si appoggia un colosso internazionale come DHL, ma il caso GLS è forse quello dove meglio si evidenziano, a partire dagli eventi che hanno investito il magazzino di Cerro Lambro e la cooperativa Papavero,  i connotati della cooperazione spuria: mentre, secondo quanto prevede la legge, le cooperative dovrebbero assumere il compimento di un’opera o di un servizio loro affidati dalla committente, con organizzazione di mezzi necessari e con gestione a proprio rischio, in realtà svolgono una attività di intermediazione illecita di manodopera, limitandosi a fornire forza lavoro a basso costo alla committenza. A scatenare la vertenza, ancora una volta, orari di lavoro insostenibili, in assenza di sistemi di rilevamento del tempo di lavoro, il non rispetto delle norme poste a tutela della salute e dell’integrità psico-fisica del lavoratore, i sistematici furti retributivi attraverso la busta paga dichiarata “a zero”, la denuncia di continue violenze morali e di intimidazioni, in generale il mancato rispetto del contratto di lavoro.

6.    E’ sulla scia degli esempi citati che si arriva alle 3 vertenze maggiori del settore: TNT di Piacenza (luglio 2011), IKEA di Piacenza (novembre 2012-gennaio 2013) e Granarolo di Bologna (iniziata lo scorso giugno e tuttora in fase di svolgimento). Nel primo caso, TNT, si era davanti alla più classica situazione di lavoro nero e cooperative spurie. Nel caso di IKEA al centro della vertenza era il mancato riconoscimento del sindacato SiCobas e le conseguenti discriminazioni, e lo stesso dicasi per Granarolo di Bologna (oltre a elementi di natura contrattuale).  In tutti i casi citati, lo strumento del blocco si rivelo l’unico strumento efficace in mano agli operai, in quanto arrecando danno economico alle aziende interessate le spinge, e con loro le cooperative, a dover mediare una soluzione delle vertenze. In tutti e 3 questi ultimi casi, le lunghe e usuranti vertenze hanno visto contrapporsi l’elemento della solidarietà fra operai dipendenti di diverse cooperative all’elemento della repressione messo in campo dalle istituzioni: sgomberi violenti dei picchetti, denunce, fogli di via.

7.    Ma, Granarolo a parte dove le sorti sono ancora da decidere, a tornare è anche l’elemento della vittoria, dell’esito felice delle vertenze che inverte il trend di sconfitte che affligge il mondo del lavoro italiano dall’inizio degli anni ’80. A incrinarsi, di vittoria in vittoria, è un modello di integrazione sistemico dei migranti costruito negli anni e che li inquadra esplicitamente come esercito industriale di riserva a basso costo. Non a caso, al raggiungimento degli obiettivi contrattuali si accompagna di norma l’apertura all’assunzione di manodopera italiana nei magazzini (a quel punto equivalente dal punto di vista del costo del lavoro).  Anche da questo, crediamo, dipende il livello molto alto di ostilità ostentato dalla “cupola” che va dalle aziende committenti alle cooperative, dalle istituzioni territoriali alle forze dell’ordine. Anche da questo, crediamo discende la ri-apertura delle ostilità da parte di cooperativa San Martino in IKEA negli ultimi giorni. Non si può tollerare l’esistenza di un livello di autorganizzazione e contropotere all’interno dei magazzini, capace di avere voce in capitolo sull’organizzazione dei turni e i carichi di lavoro. Il 5 maggio 2014 la cooperativa San Martino, operante nel magazzino IKEA di Piacenza, apre la controffensiva padronale sospendendo 33 facchini fra i più attivi e sindacalizzati. La motivazione addotta è l’ingiustificato blocco del lavoro che avrebbero messo in pratica circa due settimane fa.

Nella realtà, i facchini sostengono che si tratta di reprimenda sindacale bella e buona verso il sindacato SiCobas, considerato scomodo, e che il blocco incriminato fu determinato dalla negazione di un’assemblea sindacale unitaria degli impiegati nel magazzino, come riconosciuto dal contratto e dalla Costituzione, giusto per ricordarlo a chi di solito vi si appella…

Subito viene indetto lo stato d’agitazione, con l’adesione della gran parte dei facchini. Martedì il primo blocco caricato e stamattina la precipitazione. Tutti i cancelli sono presidiati (il blocco dell’ingresso delle merci, lo ricordiamo, è l’unico strumento che i lavoratori hanno per costringere azienda e cooperativa a prestare ascolto), con il rinforzo del Network Antagonista Piacentino e di delegazioni dai centri sociali Crash e Hobo di Bologna, Guernica di Modena e di facchini impiegati in altri magazzini del piacentino (la solidarietà è un’arma!). C’è chi salta una giornata di scuola, chi ne prende mezza di ferie dal lavoro, chi ha staccato da una mezz’ora eppure non va a dormire ma viene ad aiutare il suo simile, cioè il lavoratore, italiano o migrante che sia, che ha bisogno. E’ l’A-B-C del buon senso: capire che non dobbiamo essere gli uni contro gli altri in una sterile guerra fra poveri ma uniti contro chi ci sfrutta.  La polizia dapprima trascina via i manifestanti, poi li carica, poi li gasa con i lacrimogeni. Ma i manifestanti sono tanti, a zig-zag tengono impegnate le forze dell’ordine per più di un’ora (estremamente provocatorio l’atteggiamento di alcuni responsabili dell’ordine pubblico, ma non ci stupiamo…).

Il blocco funziona, a costo di 7 feriti ricoverati in ospedale, e il magazzino resta chiuso. Un epilogo non c’è ancora. Dobbiamo ancora scriverlo. Sappiamo che queste vertenze possono risolversi in fretta (se la parte datoriale dimostra intelligenza e torna sui suoi passi) o diventare lunghe e usuranti per tutti (ma i lavoratori non mollano, mentre il danno economico e di immagine per IKEA sarebbe significativo…).

Quel che è certo è che, ormai consapevoli della rottura avvenuta in quel meccanismo di integrazione sistemico fondato sullo sfruttamento  che è il sistema delle cooperative nel facchinaggio-logistica, siamo ancor più determinati dopo aver visto come i moderni “padroni del vapore” vorrebbero ridurre delle questioni di DIRITTI e di dignità, che si traducono poi in emergenze sociali, a questioni di ordine pubblico. Le prospettive che si potrebbero aprire di fronte a un’ulteriore estensione del movimento di lotta nelle cooperative potrebbero essere molto interessanti: i recenti sviluppi nel bolognese, che hanno visto interessati i lavoratori di CoopService impiegati presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna (pietra dello scandalo il contratto a 2,80 euro l’ora!), sono forse il primo passo nella direzione dell’allargamento del fronte al mondo della cooperazione nel suo complesso e non solo limitatamente al settore della logistica.

Enormi praterie di sfruttamento sono in questo senso ancora tutte da scrutare e percorrere: sempre più si ricorre alle cooperative per esternalizzare servizi come mense e asili da parte degli enti pubblici territoriali, e chi conosce qualcosa di amministrazione non ignorerà che il motivo è la ricerca di una drastica riduzione dei costi tutta scaricata sulle spalle dei lavoratori (il tasso di maternità fra le educatrici delle scuole d’infanzia sotto cooperativa rasenta lo 0%…). La cooperazione, nobile tradizione italiana fautrice di emancipazione all’alba del ventesimo secolo, sembra insomma delinearsi oggi come l’avanguardia dello sfruttamento, e in questo senso ribaltarne le logiche e i rapporti di forza può rivelarsi un tassello fondamentale per un ciclo virtuoso dei movimenti nel nostro paese.

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