Jobs Act: Renzi, Poletti e il fantasma dello sceriffo di Nottingham – di Gianni Giovannelli

In barba alle direttive europee e al principio che il contratto di lavoro di riferimento è quello subordinato a tempo indetrminato, le misure del governo Renzi, liberalizzando totalmente il contratto a tempo determinato e l’apprendistato, rendono il contratto a termine (sino a tre anni, rinnovabile ben 8 volte) l’architrave del mercato del lavoro e nesancisce la definitiva precarizzazione. Oltre a rendere la precarietà giuridicamente strutturale (già lo è nella realtà) pone una serie di questioni rilevante in tema di rappresentanza. Come reagire?

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E’ stato pubblicato in data 20 marzo sulla Gazzetta Ufficiale, con la firma di Re Giorgio, il decreto legge numero 34/2014. E’ senza alcun dubbio la più violenta aggressione ai diritti dei lavoratori di questi ultimi anni, nessun governo di destra aveva mai osato tanto; nessuna legislazione europea contiene una liberalizzazione così ampia e totale del contratto a tempo determinato, che diventa di fatto la forma ordinaria delle assunzioni, in palese contrasto con la direttiva 99/70 dell’Unione.

Napolitano e Poletti, due ex comunisti, si sono prestati a colpire, con la complicità dell’ambizioso  Matteo Renzi, i ceti deboli e precari, istituzionalizzando il ricatto e la minaccia che accompagnano la condizione precaria, unico possibile accesso al lavoro e al reddito. La scelta autoritaria (repressione e cancellazione delle tutele) caratterizza il governo delle larghe intese, privo ormai anche di investitura popolare, e tuttavia deciso ad evitare perfino il passaggio parlamentare.

E’ necessaria una riflessione sullo stato della democrazia rappresentativa in Italia, quale necessario strumento di lettura del decreto (di immediata attuazione, dunque già ora in vigore). Il Partito Democratico, senza i voti di SEL, non avrebbe il premio di maggioranza, ma SEL è confinata all’opposizione; 5 Stelle (la sigla più votata) è contro il governo; della destra coalizzata Lega e Forza Italia di dicono contrari. Il voto di fiducia è frutto di una legge elettorale che la Corte Costituzionale ha deliberato illegittima (contro la Carta) e di una ennesima variante del trasformismo italiano. La compagine di governo impone con la prepotenza le ragioni di chi ha deciso di allargare la forbice ricchezza/povertà, di espropriare la fascia debole per risolvere la propria crisi.

L’articolo 1 del decreto consente di assumere a termine, sempre e senza alcuna reale motivazione, sia direttamente sia utilizzando le agenzie di somministrazione. Ogni impresa è libera di scegliere fra assunzione stabile e assunzione precaria; dunque viene di fatto cancellata dal nostro ordinamento (per almeno un triennio) qualsiasi assunzione a tempo indeterminato (quale imprenditore, se non uno scemo destinato al fallimento, potrebbe scegliere un contratto meno favorevole, potendo evitarlo?). Il testo va letto con attenzione. Il limite del 20% è una soglia insuperabile, perché riferita all’intero organico: in un periodo di licenziamenti e di riduzione dell’organico la quota di fatto copre qualsiasi nuovo ingaggio. La cancellazione della causale (intesa come requisito necessario e oggettivo per l’utilizzo del contratto a termine) consente inoltre operazioni di sostituzione di lavoratori licenziati (anche con procedure collettive) con altri meno costosi e garantiti; basta, secondo l’articolo 3 del decreto 368/2001, munirsi di accordo aziendale o anche semplicemente modificare l’inquadramento (le stesse mansioni sono un concetto in fondo assai sfuggente nelle società di capitalismo avanzato).

Il nuovo testo consente l’assunzione, e successivamente ben otto proroghe; ma, attenzione, nell’ambito dei 36 mesi di utilizzo massimo, niente impedisce all’impresa (con il solo breve intervallo dell’articolo 5 del decreto 368/2001 e facendolo magari coincidere con le ferie) di fare due o tre o quattro contratti, ciascuno con otto proroghe. L’unico limite rimane quello dell’articolo 5 del decreto, i 36 mesi con una pluralità di contratti. Ma per 36 mesi di effettivo lavoro (escluse le pause fra un contratto e l’altro) ogni impresa può frazionare l’utilizzo anche in quote mensili o bimestrali. Mi spiego: di mese in mese posso decidere (per otto volte) se prorogare o meno, comunicandolo all’ultimo a chi lavora (e lasciandolo nella costante incertezza, dunque rendendo stabile la condizione precaria in luogo di rendere stabile l’aspettativa di retribuzione). Se invece di prorogare l’impresa decide di sospendere il rapporto per qualche settimana (o per accompagnare la produzione in forma flessibile o per punire o per semplicemente consentire la rotazione di un serbatoio), potrà poi stipulare liberamente un nuovo contratto, ancora con otto proroghe. Questo perverso meccanismo introdotto da Poletti&Renzi risolve anche, in prossima prospettiva il problema del trattamento di maternità: basta non prorogare il contratto alla lavoratrice in gravidanza (o non stipulare quello successivo) e l’impresa si evita spiacevoli maternità a rischio, assenze facoltative, divieti di licenziamento fino al compimento di un anno (ed anche in caso di matrimonio, basta attendere la più vicina scadenza e tanti saluti alla sposa!). Abbiamo scritto delle lavoratrici madri; ma con il frazionamento si cancellano di fatto anche le tutele per chi incorra in infortunio, chi sia vittima di malattia. Con lo spirare del termine (frazionato e sempre ravvicinato) l’impresa si libera di un peso, senza renderne conto a nessuno. La forma del contratto a termine, nel limite di 36 mesi complessivi, può essere indifferentemente quella dell’ingaggio diretto come della somministrazione a mezzo di agenzia d’intermediazione.

Questo è il decreto appena varato; i despoti hanno avuto la faccia tosta di chiamare questa operazione di macelleria sociale semplificazione e di invocare, quanto a necessità ed urgenza nientemeno che il fine di generare nuova occupazione in particolare giovanile.

Con grande arroganza Renzi, Poletti e Napolitano hanno violato la costituzione. Il decreto legge (articolo 77 della nostra Carta) è consentito solo e soltanto in casi straordinari di necessità e d’urgenza mediante provvedimenti provvisori e successivamente (il giorno stesso) presentarli alle Camere (anche al Senato) che (ci dice sempre l’articolo 77 della Costituzione) sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni. I decreti perdono efficacia se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione.

L’articolo 87 della Carta attribuisce al Presidente della Repubblica il potere di promulgare (o non promulgare, dunque) i decreti, verificando se ne sussistano i presupposti. Contro ogni evidenza re Giorgio ha ravvisato che la modifica della legislazione in tema di contratto a termine (in vigore dal 2001 e oggetto di ripetuti interventi ordinari del legislatore) costituisse indifferibile necessità straordinaria, così urgente da non lasciare neppure il tempo di un esame parlamentare.

E’ una palese presa in giro; è, peggio, arroganza dispotica di una casta di funzionari decisi a massacrare i ceti deboli, a piegare i lavoratori, ad intimidirli, rastrellando moneta con prelievo indiscriminato a loro danno. Fra l’altro, fino alla conversione (sessanta giorni, due mesi), è assai improbabile che le imprese si accostino alla nuova forma contrattuale, con il rischio del venir meno del decreto. Ma la scelta è quella del decreto per poi arrivare al voto di conversione ponendo la fiducia.

Le ulteriori disposizioni varate.

Sempre in via urgente (articolo 2) lo sceriffo di Nottingham (mediante metempsicosi trasmigrato nei corpi di Renzi&Poletti) ha modificato il contratto di apprendistato (che già era scandaloso, pieno di falle). Ora siamo al capolavoro; non solo viene eliminato il piano formativo   (e non si sa più quale sia il contenuto della pretesa formazione) ma si consente (per il bene immediato dell’economia e del mercato!) l’apprendistato anche a chi caccia (al termine della formazione) tutti i precedenti apprendisti. E si esentano le imprese da qualsiasi obbligo di formazione esterna all’azienda (si impara solo lavorando sul posto!) e legittimando una fortissima riduzione dei minimi contrattuali di riferimento.

L’articolo 3 è l’unico che se non porta reali benefici almeno non fa neppure danni (è una parità di trattamento nell’uso del servizio per l’impiego fra residenti e non residenti, parità peraltro imposta dal regolamento europeo fin dal 2004). L’articolo 4 riguarda i controlli di versamento contributivo; ne parleremo in altra occasione onde spiegare per quali ragioni ritengo che sia stato assai gradito alle cosche mafiose e all’apparato criminale che gestisce il lavoro nero. L’articolo 5 concerne sgravi fiscale e renderebbe necessario fornire una lunga spiegazione tecnica e contabile; certamente questi tre articoli sono totalmente privi di urgenza e di straordinarietà, sono il contorno casuale ai primi due.

Questo decreto non viola solo la costituzione della Repubblica per il procedimento usato. Si pone anche in contrasto con la direttiva 28 giugno 1999 n. 70, adottata dal Consiglio dell’Unione Europea e vincolante anche per l’Italia. Il decreto legislativo 368/2001 (che il decreto legge 34/2014 ha modificato) costituiva semplicemente l’attuazione della direttiva. A sua volta la 99/70 aveva recepito l’allegato accordo quadro 18 marzo 1999 sul lavoro a tempo determinato, stipulato dalla Confederazione Europea dei Sindacati (CES).

L’accordo quadro, nel suo vincolante considerando 6, precisa che la forma comune dei rapporti di lavoro è quella a tempo indeterminato, anche perché contribuisce alla qualità della vita. Soprattutto l’accordo quadro impone di limitare il contratto (straordinario, non comune) a scadenza a condizioni oggettive escludendo che vi si possa accedere in assenza di una ragione effettiva. L’articolo 4.1.lettera a) dell’accordo quadro impone agli stati membri (come l’Italia) ragioni obiettive per la giustificazione dei contratti precari. L’intera direttiva è volta a prevenire e stroncare gli abusi del contratto a termine; il decreto Renzi&Poletti si concreta nella sola ipotesi di contratto a termine slegata dall’esistenza di ragioni effettive ed oggettive, costituisce un evidente abuso, si pone in contrasto con la direttiva e pertanto il decreto rappresenta un’infrazione. Questo è un principio di diritto che i lavoratori debbono fare proprio per opporsi alla prepotenza del governo illegittimo delle larghe intese; il governo e il partito democratico hanno gettato la maschera, è un dovere cercare di abbatterlo, di farlo cadere.

A questo punto come contrastare dunque questa durissima aggressione?

Ritengo che si debba, rapidamente e senza indugio, mettersi al lavoro e, senza porre steccati, costruire ovunque possibile ogni forma di coalizione che porti alla cancellazione radicale del decreto; dobbiamo tentare di impedire che sia convertito il legge o il prezzo da pagare sarà davvero salato.

La Commissione Europea deve assicurare la corretta applicazione dei trattati e delle direttive, vigilando sul comportamento degli stati membri (ed è una cosa diversa dalla Banca Centrale Europea). Pertanto è in suo potere/dovere aprire le procedure d’infrazione a norma dell’art. 258 del Trattato. Chiunque ha la possibilità di scaricare dalla rete il modulo per un esposto, chiunque ha il diritto di presentarlo per l’avvio della procedura d’infrazione, anche a mezzo di una semplice mail. Il Tribunale del Lavoro, per ottenere pronunzia, deve invece fondarsi su un contenzioso già in essere (anche se, per il carattere vincolante delle direttive, si ritiene che il Giudice possa disapplicare la norma in contrasto con le direttive, senza ulteriori passaggi; ma la questione non è affatto pacifica).

L’esposto con richiesta di procedura d’infrazione ha certo maggior peso quando chi lo promuove ha un peso numerico o politico rilevante. Per questo la battaglia contro la conversione e per l’apertura del procedimento d’infrazione si presenta come una scelta di campo di enorme rilievo; e la battaglia cade proprio nel momento delle elezioni per il rinnovo del parlamento dell’unione.

La Fiom ha la possibilità di dimostrare, in questo frangente, autonomia e indipendenza, dispone di giuristi in grado di inviare in tempi rapidissimi la domanda di apertura del procedimento; ma anche i sindacati di base sono chiamati ad agire senza indugio, così come i collettivi, gli attivisti, i singoli compagni che non hanno intenzione di cedere il terreno al nemico.

Un dirigente del movimento cooperativo (ed ex funzionario del partito comunista) come Poletti e un cattolico del movimento scout come Renzi si sono rivelati peggiori di qualsiasi precedente rappresentante di governo (destra o sinistra), e contano di ottenere via libera per realizzare il disegno repressivo, depredando i ceti popolari e il già dissestato precariato in favore degli apparati di potere. Ci attendiamo che i parlamentari di opposizione portino il conflitto dentro l’aula, mettendo a nudo le contraddizioni, con l’obiettivo di cancellare questo orrore; i movimenti antagonisti debbono trovare il modo di aprire invece lo scontro sociale, imponendo alle organizzazioni sindacali di lottare o sparire. Il momento è grave. Il governo ha già colpito aumentando i costi di energia e di carburante; ha di nuovo aggredito tassando le prime case e i servizi essenziali come la rimozione dei rifiuti; ora impone il ricatto delle continue scadenze per dare lavoro, con l’inevitabile diminuzione del salario (nominale e reale). La rivolta fiscale saldata alla rivolta dei lavoratori contro il deterioramento delle condizioni retributive ed esistenziali si presenta davvero come un’opportunità. Ma va colta subito, altrimenti finiranno ancora una volta con il prevalere la paura, l’angoscia, il timore del futuro, la nuova schiavitù imposta dal governo delle larghe intese.

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2 risposte a Jobs Act: Renzi, Poletti e il fantasma dello sceriffo di Nottingham – di Gianni Giovannelli

  1. giulio fedele scrive:

    L’immagine, indimenticabile e nel contesto azzeccatissima, di Alberto Sordi che fa il gesto dell’ ‘ombrello’ ai lavoratori nel film ‘I Vitelloni’, comparsa su un articolo (LeggiOggi.it) dedicato alla riforma del lavoro all’indomani dell’annuncio-spot delle nuove misure da parte del governo, riassumeva plasticamente, senza tanti giri di parole, l’impressione che aveva destato in molti la prima lettura delle abbozzate linee generali del jobs act renziano. L’impressione era che, al di là dello zuccherino astutamente promesso da Renzi –l’annunciato regalo in danaro (10 ml.di di euro, che molti peraltro dubitavano e dubitano possano essere veramente reperiti)- ai lavoratori si preparava poi qualche amaro boccone, indispensabile anche per accontentare la scalpitante Confindustria che quel regalo avrebbe voluto tutto per sé. ‘Bene 80 euro, ma stavolta niente trucchi’ dicevano (l’Unità, 14.3.2014) i lavoratori destinatari di quel gesto foriero di … pioggia ad essi rivolto dall’Albertone nazionale ed ora dal Matteone nazionale. Ed in effetti, col passare dei giorni, dei comunicati, delle esternazioni renziane e poi della pubblicazione ufficiale del D.L. 34/2014, i timori dei lavoratori hanno finito per trovare conferma, e quella che era solo un’impressione si è trasformata in cruda certezza: il trucco c’è! Si è oramai capito che, in una sorta di gioco delle tre carte, quei soldi promessi ai lavoratori –se mai saranno dati- saranno poi sottratti alle loro stesse tasche da qualche altra parte, ad es. colpendo le pensioni (si parla di quelle sopra i 2.000 euro, ma probabilmente anche più basse), tagliando migliaia di posti di lavoro colpiti dalla scure della spending review (vedasi taglio di 85 mila lavoratori nel pubblico impiego, di 60 mila nella polizia di stato, ecc.), abolendo detrazioni fiscali (vedasi detrazione per coniuge a carico, ecc.), comprimendo/sopprimendo ancora i diritti dei lavoratori (vedasi riforma del rapporto di lavoro a tempo determinato, dell’apprendistato, ecc.). Senza dire che, come dimostrato da più attenti analisti (vedasi Visco e Paladini, Lavoce.info), l’ipotesi di restituire ai lavoratori quegli 80 euro tramite l’innalzamento della detrazione Irpef per lavoro dipendente porterebbe a risultati iniqui e paradossali (escludendo, tra l’altro, dal beneficio proprio i redditi più bassi). Del resto, si era capito da tempo che gli inglesismi tanto amati dai nostri politici, sono solo furbeschi eufemismi –o, se vogliamo, trucchi- per nascondere verità che in italiano hanno nomi impronunciabili. Come Monti si era inventato la ‘spending review’ per non parlare –come si diceva una volta- di ‘manovra finanziaria’, così Renzi si è inventato il ‘jobs act’ per non parlare –come si diceva una volta- di ‘articolo 18’. Ma, alla fine, la ‘fissa’ di questo governo, come di quello di Monti e nel solco del disegno liberista tracciato già prima dal governo Berlusconi (leggasi ‘fissa’ di Sacconi), alla fine rimane –ed ecco il vero trucco, nascosto dai pudici paraventi di quegli inglesismi- l’art. 18, o, per dirla con altre parole, la libertà di licenziamento: e con esso, inevitabilmente -perché le due ‘fisse’ vengono comunemente (e subdolamente) propugnate in maniera inscindibile- quella del contratto unico a tempo indeterminato liberamente risolvibile (idea generalmente –ma erroneamente- attribuita ad Ichino, che ne ha fatto poi il suo cavallo di battaglia, ma la cui paternità è in realtà di Biagi, che per primo la sostenne). Ed infatti che cos’è, se non un modo di svuotare completamente l’art. 18 (rectius, quel poco che ne è rimasto dopo la riforma Fornero) ed eliminare ogni vincolo al licenziamento, questo contratto di lavoro a tempo determinato a-causale e reiteratamente rinnovabile in un periodo lunghissimo (tre anni e anche più, stante che il limite triennale si riferisce al rapporto di lavoro col medesimo datore, ma nulla vieta che quel lavoratore sia poi assunto da altro datore ancora per tre anni, e così via di tre anni in tre anni, all’infinito), o anche questo contratto di apprendistato senza obbligo di stabilizzazione, che, con la nuova riforma, diventeranno sicuramente la forma prevalente, per non dire unica, di rapporto di lavoro (non tutelato) in sostituzione di quella del lavoro a tempo indeterminato (tutelato) che, per principio e per legge –vedasi Dir. 1999/70/CE- dovrebbe essere la forma ordinaria di lavoro. E che cos’è, se non proprio questo, il predetto contratto unico a tempo indeterminato, che si vorrebbe introdurre, mero furbesco eufemismo camuffato di favor lavoratoris (il quale lavoratore, a dire di Biagi e Ichino, per questa via sarebbe premiato!) che in realtà vorrebbe dire cancellazione definitiva dell’art. 18 (attesa la libera risolvibilità del rapporto in qualsiasi momento). Indubbiamente, la semplificazione del quadro legislativo in materia di lavoro perseguita da Renzi come obbiettivo della riforma affidata al jobs act è condizione necessaria –anche se non sufficiente- di un percorso di riforma, ma non ci si può illudere di raggiungere questo obbiettivo con una mera operazione di maquillage delle oltre quaranta forme di rapporto di lavoro oggi previste, nate e proliferate colla falsa promessa della crescita dell’occupazione. Alla luce anche di quelli che sono i risultati –l’occupazione non solo non è cresciuta, ma è addirittura diminuita in misura consistente- appare oramai indispensabile un intervento di rifacimento radicale che parta dalle fondamenta per liberarle dalle inutili e dannose sovrastrutture che nel tempo le hanno nascoste e massacrate. Per esser chiari, la vera, indispensabile, semplificazione che Renzi dovrebbe fare è il ritorno al sistema duale del rapporto di lavoro -autonomo o subordinato- eliminando gli ibridi (le forme di c.d. lavoro parasubordinato), meri escamotages elusivi inventati dalla fervida fantasia dei nostri ‘moderni’ ed uniformati giuslavoristi ma in realtà inesistenti ‘in natura’ (giuridica), anzi contro natura. Non ci sono vie di mezzo, non esiste ‘in natura’ un tertium genus di lavoro che non sia né autonomo né subordinato (la pretesa legittimazione della parasubordinazione non può desumersi da una non pertinente norma meramente processuale, l’abusato art. 409, 3° c., cpc, forzosamente piegata ad una interpretazione che non regge ad un’analisi critica obbiettiva), il lavoro o è l’uno o è l’altro. E si sa che quando si cerca di coartare o, peggio, violentare la natura, questa si ribella. Infatti, tutti i problemi (e le vertenze nei tribunali) che nascono in sede di interpretazione e applicazione delle norme in materia di lavoro c.d. parasubordinato, come tutte le difficoltà per definire le medesime (si veda da ultimo la riforma Fornero, vero monumento … alla chiarezza e alla ragione!) nascono proprio di qui, perché si è finito per creare una selva mostruosa ed inestricabile, in cui è difficile penetrare anche per un avvocato: figuriamoci per un imprenditore, il quale finisce per abbandonare –come dargli torto?- qualsiasi, pur volenteroso e ottimistico, progetto di nuove assunzioni. Bisogna allora avere il coraggio di cancellare dal dizionario gius-lavoristico il monstrum del lavoro para-subordinato o para-autonomo che sia e del lavoro fittiziamente autonomo (co.co.pro, contratti di associazione in partecipazione, false partite Iva, ecc.), dietro al quale si nasconde un esercito di lavoratori sfruttati e senza tutele, malpagati e privati a vita di ogni certezza sul proprio futuro (compresa quella di poter raggiungere una pensione, nonostante i non irrilevanti contributi previdenziali versati). Quanto poi, in particolare, alla riforma dell’apprendistato e del rapporto a tempo determinato, ben poca cosa, rispetto alle aspettative, sembra quella delineata dal jobs act renziano, atteso che questo non scioglie –anzi aggrava- i nodi e le problematiche lasciate aperte dalla riforma Fornero. Questa doveva –dicevano- promuovere la ‘buona occupazione’, in particolare quella dei giovani, e combattere la piaga del precariato, ma ha prodotto solo disoccupazione e, al massimo, ‘cattiva’ occupazione, dovuta anche all’abuso (‘non ne abusate’, raccomandava agli imprenditori l’ineffabile Fornero!) di espedienti legalizzati che consentono lo sfruttamento a basso costo del lavoro, condannando i giovani al precariato a vita. Ma è questa buona occupazione? Giova ciò allo sviluppo economico e sociale del Paese? E’ grazie alla liberalizzazione illimitata del lavoro a tempo determinato, replicabile per tre anni e anche all’infinito (con differenti datori), rimesso totalmente ad nutum del datore e per questo ricattatorio (per il lavoratore, sotto la spada di Damocle del non rinnovo del contratto) e bypassante qualsiasi tutela (comprese quelle che la stessa riforma intende perseguire, come ad es. la maternità che la nuova legge tutela con misure atte ad impedire la pratica ricattatoria delle ‘dimissioni in bianco’), che si può creare buona occupazione e combattere la piaga del precariato? Risponde a tale obbiettivo, e prima ancora ad una qualche giusta e giustificabile funzione, un contratto di apprendistato che consenta che chi ha già fatto lunghi studi (più lunghi che in qualsiasi altro paese), e magari, a 29 anni, laureato, super-specializzato e fornito anche di pregressa esperienza di lavoro, possa essere considerato, ancora e per ben tre anni, una specie di sotto-lavoratore di serie B, in fatto occupato in attività identiche a quelle di qualsiasi altro lavoratore invece che in attività formative (l’obbligo della formazione è stato in sostanza abolito) eppur sottopagato (fino a due livelli contrattuali inferiori di quello che spetterebbe) e con minori diritti, se non addirittura senza diritti (al termine di un sì lungo periodo non ha nemmeno quello della stabilizzazione e della corresponsione della piena retribuzione contrattuale)? A questi interrogativi il jobs act non dà risposta, lasciando ben poche speranze in una effettiva volontà di procedere a riforme che non siano fatte solo di parole e di illusori espedienti, déjà vu e già falliti quando non addirittura già sanzionati: infatti, l’Italia è già stata sottoposta a procedura di infrazione dalla Commissione UE per la disciplina del contratto di formazione e lavoro e per quella del lavoro a tempo determinato. Stupisce, in particolare, che si continui ad ignorare -da parte del Governo, oltre che dagli esperti o presunti tali di diritto del lavoro, sindacalisti, ecc.- che, a norma della Dir. CE 1999/70, il contratto a termine deve obbligatoriamente essere giustificato da ‘condizioni oggettive’ (causa) e devono essere evitati abusi derivanti dall’utilizzo di una successione di contratti/rapporti a tempo determinato. E stupisce anche che Renzi ignori che, a norma della stessa direttiva, per prevenire detti abusi, gli stati membri, ‘previa consultazione delle parti sociali e/o le stesse’, devono introdurre misure relative alle ragioni obbiettive per la giustificazione del rinnovo di detti contratti/rapporti, alla durata massima dei contratti/rapporti successivi e al numero dei rinnovi, sicché egli non può sbrigativamente liquidare la questione svicolando dietro un trito ‘sindacato chi?’, ‘i sindacati non mi interessano’ e ‘se ne facciano una ragione’. Se questo è il quadro che si apre con la nuova riforma, si può già prevedere che, ben lungi dal deflazionare il contenzioso giudiziario come illusoriamente afferma il ministro Poletti, essa non potrà sfuggire al vaglio della Commissione U.E, della Corte di Giustizia e dei tribunali, davanti ai quali accenderà sicuramente nuovo contenzioso. E Allora, non rimane che un invito: ‘Per favore cambiate quel decreto’, come implora Tito Boeri (Lavoce.info), il quale mette in guardia anche sul pericolo di un selvaggio aumento della precarizzazione e della riduzione dei diritti dei lavoratori che deriverà, come dimostra la negativa esperienza spagnola dei ‘contractos temporales’, dall’annunciata riforma del contratto a tempo determinato; ed una riflessione, che già due anni orsono proponevo (testualmente): ‘Dovrebbe far riflettere anche un’altra notizia, pure questa degli ultimi giorni, secondo cui in Spagna la disoccupazione è passata al 24%, dato record che supera il precedente record del 22%. Val la pena di annotare come in quel Paese siano state già da tempo abrogate norme simili a quelle del nostro art. 18 e recentemente addirittura ancor più liberalizzati i licenziamenti: e dire, che secondo l’illuminata analisi dei soliti prof economisti -vedasi ad esempio il duo massmediatico Alasina e Giavazzi, su Corriere della Sera di qualche mese fà- l’esperienza della Spagna sarebbe la prova scientifica che eliminando l’art. 18 l’occupazione cresce!!!!

  2. giovanni scrive:

    chi vuole fare il dittatore si ricordasse che tutti, ma proprio tutti i dittatori hanno fatto una fine traumatica.CACCIAMO MATTEO RENZI DANNO PER I LAVORATORI ITALIANI. UNIAMOCI CONTRO QUESTO INDIVIDUO

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