Ucraina: le radici geoeconomiche della crisi – di Giovanni Russo

Antefatti

A poco meno dell’inizio della II° guerra contro l’Iraq nel 2001 (in seguito agli attacchi di Al Queda del settembre dello stesso anno), viene firmato,  prima (!), l’accordo GUAM durante un vertice a Jalta, svoltosi dal 6 giugno al 7 giugno dello stesso anno. Si trattava di un accordo economico, ufficialmente denominato Organizzazione per la Democrazia e lo Sviluppo Economico,siglato da Georgia, Ucraina, Azerbaigian e Moldavia più l’Uzbekistan, che in seguito ne uscirà (da qui il nome GUAM). In realtà, scopo principale  di tale trattato, con la supervisione Usa e Europea, eracreare un corridoio geografico finalizzato alla costruzione di un oleo/gasdotto che potesse trasportare il greggio di Baku (il principale porto dell’Azeirbagian sul Mar Caspio e sede di rilevanti giacimenti petroliferi, solo parzialmente utilizzati ) e del gas del Turkmenistan ai paesi europei occidentali. Tale corridoio tagliava fuori i territori russi,  affrancandosi cosi dall’influenza del Cremlino (e le tensioni di quel periodo in Georgia non sono accidentali) con lo scopo di consentire  un approvvigionamento di energia all’Europa che non dipendesse totalmente dal gas siberiano.

E da qui che bisogna partire per capire l’attuale situazione in Ucraina.

Alcuni fatti stilizzati

E’ dalla partecipazione dell’Ucraina al trattato GUAM che si rinfocolano i dissidi (atavici) tra Russia e Ucraina sulla questione energetica. Già nel 1993 si erano verificate tensioni per il mancato pagamento da parte dell’Ucraina delle bollette del gas fornito dalla Russia (approfittando della svolta politica della stessa). Normalmente  la questione del gas è sempre stata risolta a favore della ex-Unione Sovietica, che ha sempre ottenuto il denaro reclamato, anche perché appoggiava il governo ucraino in carica.

La crisi del 2006

Tuttavia, con la vittoria di Viktor Juščenko, inviso al Cremlino, durante le elezioni presidenziali del 26 dicembre 2004, dopo la rivoluzione arancione, il baricentro politico dell’Ucraina si è spostato sempre più verso l’Unione Europea, alienandosi dall’influenza russa. L’Ucraina, però, era da decenni nell’orbita di Mosca e dipende dalla Russia per quanto riguarda l’energia. La maggior parte del gas ucraino, infatti, proviene dalla Gazprom russa, che vendeva il gas agli ucraini ad un prezzo di favore (50 dollari ogni mille metri cubi). Nel frattempo, però, l’Ucraina aveva ottenuto dalla UE lo status di economia di mercato, pertanto la Gazprom ha iniziato, come ritorsione, a tariffare il gas a prezzi di mercato, dapprima a 160 dollari, poi, dopo il rifiuto ucraino, a 230 dollari ogni mille metri cubi di gas. Questo aumento è stato da molti osservatori giudicato più politico che economico, poiché si tratterebbe meramente di un tentativo di legare l’Ucraina alla Russia con una sorta di assedio.

Il 30 dicembre 2005Vladimir Putin propone all’Ucraina un compromesso: sì ai prezzi di mercato, ma soltanto a partire dal 1º aprile 2006. Il presidente Juščenko si è dichiarato possibilista, ma ha chiesto che i prezzi venissero prefissati. Tuttavia, Mosca ha interpretato questa richiesta come un tentativo di guadagnare tempo e ha dato via libera alla Gazprom per tagliare il rifornimento di gas agli ucraini. La mattina del 1º gennaio 2006 la Gazprom annuncia la chiusura dei rubinetti per Kiev, precisando che il gas europeo non avrebbe subito carenze. L’ente ucraino per l’energia ha però ribadito il contrario, sottolineando la possibilità, per l’Europa, di disagi nel rifornimento di gas. L’Europa, infatti, importa dalla Russia attraverso l’Ucraina il 25% del gas estero, e quasi l’80% delle importazioni dalla Russia.

Il 2 gennaio 2006 la Gazprom annuncia che l’Ucraina ha prelevato abusivamente 100 milioni di metri cubi di gas destinato al mercato europeo: il governo ucraino ha però precisato che le forniture provengono da depositi sotterranei e dal Turkmenistan (grazie al trattato GUAM). Tuttavia non si esiterà a intervenire sul gas per l’Europa se le temperature scenderanno sotto lo zero. La crisi si allarga anche alla Moldavia, che non ha accettato i rincari proposti da Mosca, pari ad un aumento del 100%, e dal 1º gennaio il gas smette di arrivare.

In Europa, gli effetti si fanno subito sentire:

Il 2 gennaio 2006, in pieno inverno, si registrano  i seguenti tagli nella fornitura di gas siberiano:

  • In Italia, l’ENI annuncia di avere registrato un calo sensibile nelle importazioni dalla Russia attraverso l’Ucraina, di circa il 24%, (da notare che il governo italiano nega tutto, dice che la situazione è sotto controllo, quando poi si saprà che le scorte di gas naturale erano sufficienti per 15 giorni, ma questa è un’altra storia);
  • In Francia il calo è tra il 25% e il 30%;
  • In Germania si è assistito ad un calo, che però non è stato quantificato;
  • In Croazia il calo è stato di oltre il 30%, mentre il governo ha annunciato di possedere scorte per 15 giorni;
  • In Slovenia il calo registrato è del 25%, ma la situazione potrebbe aggravarsi poiché la Slovenia importa gas dalla Russia per il 55% del totale;
  • In Ungheria, il volume di gas è calato del 25%, ritornando poi alla normalità nella serata del 2 gennaio;
  • In Austria il calo è del 30%, ma il governo si è affrettato ad annunciare che l’emergenza sarà affrontata con le riserve;
  • In Romania, il volume di gas è calato del 30%, secondo fonti governative;
  • In Slovacchia il calo è del 30% ma il governo ha annunciato di possedere riserve sufficienti per fronteggiare il calo;
  • In Polonia il taglio è stato del 38%.

Il 4 gennaio 2006 le compagnie ucraina Naftogaz e russa Gazprom annunciano di aver raggiunto un’intesa. Secondo un complicato schema di vendita, l’Ucraina acquisterà gas russo per i prossimi 5 anni al prezzo di 230 dollari ogni mille metri cubi, ma potrà acquistarne anche da altri Paesi, come Kazakistan e Turkmenistan, a prezzi più bassi attraverso una compagnia svizzera a partecipazione russa e ucraina (chiamata RosUkrEnergo) che venderà il gas al prezzo complessivo di 95 dollari ogni mille metri cubi.

I giorni nostri

La tensione tra Russia e Ucraina trova quindi una soluzione, seppur temporanea. Ma la questione è lungi dall’essere risolta.  Nel 2009 Russia e Ucraina firmano un accordo siglato  da Vladimir Putin e Yulia Tymoshenko, nel frattempo diventata presidente dell’Ucraina. Tale accordo viene confermato anche dopo l’elezione  di Victor Yanukovich nel febbraio 2010 e supportato dagli accordi di Kharkiv nell’aprile dello stesso anno, con i quali la Russia si è garantita la permanenza della sua flotta nella base ucraina di Sebastopoli sino al 2042 (unico sbocco per la flotta navale russa nel mediterraneo), concedendo un ribasso dei prezzi del gas a Kiev. Alla questione energetica si aggiunge così anche la questione geopolitica del controllo strategico-militare nel Mar Nero, questione di non poco conto che influenza ancora oggi le relazioni russo-ucraine.

In quell’occasione, Putin aveva proposto la fusione di Gazprom e Naftogaz, ricevendo però un netto rifiuto.  La strategiadi Putin, non potendo acquisire direttamente  la società del gas ucraino, punta  al controllo sul sistema dei gasdotti (sono circa 40.000 i Km di tubi di gas che attraversano il territorio ucraino), lasciando la proprietà all’Ucraina (che per un passo del genere dovrebbe cambiare la Costituzione) e avendone unicamente la gestione. Putin offre il solito sconto sul prezzo del gas.Yanukovich non vuole però cedere sovranità e soprattutto gli oligarchi ucraini non vogliono finire a mani vuote, spodestati dai loro colleghi russi.

La situazione è quindi in stallo, ma uno stallo instabile. La pressione russa non demorde. E non stupisce che a gennaio 2013 Gazprom presenta  un conto a Kiev di 7 miliardi di dollari per una bolletta apparentemente non pagata del 2012. Si tratta di unasomma enorme, soprattutto per  un paese che sta trattando con il Fondo monetario internazionale un prestito di 15 miliardi di dollari, in un contesto economico di forte crisi e di impoverimento.

Tale pressione tuttavia ottiene i suoi risultati. Per sfuggire all’abbraccio mortale russo, erano state avviate da un paio d’anni consultazioni con l’Unione Europea per impostare una road map che porti l’Ucraina a aderire al Mercato Comune Europeo, anche sulla base delle pregresse relazioni diplomatiche che durano dal 1994. Tali consultazioni sono comode per ambo le parti. Da un lato, l’Ucraina cerca l’appoggio della Comunità Europea perché faccia pressione sulla Russia per ridurre le volontà di controllo russo sui gasdotti ucraini; all’altro, l’Europa e soprattutto la Germania, vede nell’Ucraina (45 milioni di abitanti, a 700 km di distanza da Varsavia e 1300 da Berlino), una buona opportunità di mercato per le proprie esportazioni. Per la Russia, si tratta di un eventualità assolutamente da respingere sia per gli interessi economici che militari. Ed è sulla base di questa situazione, che a fine novembre 2013 il governo di Yanukovich si piega alla Russia annunciando l’interruzione dei colloqui con la Comunità Europea e innescando l’inizio della crisi attuale.

Tale scelta di politica estera (conseguente alla dipendenza dal gas russo) deriva anche dal fatto che l’Ucraina si trova in una posizione di svantaggio e le alternative messe in campo non garantiscono una lunga resistenza: lo shale gas (gas dall’argilla), ovvero la possibilità di fonti alternative di gas (come il mais per gli idrocarburi)  non si concretizza nel breve periodo e l’import alternativo a prezzi più bassi da qualche fornitore europeo non può certo saziare la sete energetica dell’industria oligarchica, abituata al facile gas russo. A ciò si aggiunge il fatto che nel medio periodo, l’Ucraina rischia di perdere i vantaggi derivanti dallasua posizione geografica strategica come croceviadei gasdotti chetrasportano il gassiberiano e del Turkmenistan verso l’Europa. Sono infatti in fase di progettazione due nuovi corridoi per il trasporto  di gas verso Occidente, entrambi sotto il diretto controllo russo: il Nordstream, che da San Pietroburgo, tramite il mar Baltico, giungerà direttamente in Danimarca, bypassando i paesi baltici (con i quali la Russia non gode di buoni rapporti diplomatici) e il Southstream, che dalla Georgia arriva direttamente, via Mar Nero, all’Europa Sud-Orientale (vedi figura qui)

Ciò significa che il transito attraverso l’Ucraina perderà di importanza, così come il potere contrattuale di Kiev. Inoltre, nell’aprile 2013, Mosca ha annunciato di riprendere il progetto Yamal 2, un altro gasdotto che, attraversando Bielorussia e Polonia, taglierebbe fuori l’Ucraina, riducendo ulteriormente la possibilità per l’Ucraina di mantenere una lucrativa rilevanza sulla scacchiera energetica europea.

Considerazioni finali

Non stupisce quindi che la crisi ucraina abbia radici geoconomiche più che geopolitiche (come buona parte dei conflitti oggi esistenti).

L’instabilità politica dell’Ucraina deriva così dalla difficile scelta se fare affidamento ad un alleanza subordinata alla Russia, in modo che i poteri oligarchici del paese possano partecipare al pranzo dei proventi del gas russo, ma dovendosi però accontentare delle briciole, oppure fare affidamento su un’Unione Economia Europea, che versa in condizioni di crisi economica e sociale e non è ingrado di sviluppare un’autorevole politica estera sia nei confronti della Russia che degli Usa, capace di andare incontro agli interessi dei potentati ucraini.

All’interno di questo quadro, l’opposizione di P.za Maidan (piazza dell’Indipendenza, nomenomen) si mostra assai composita, con la compresenza di forti gruppi nazionalistici di matrice fascista  che sognano una Grande Ucraina in opposizione alla Russia (che strumentalizzano in tal senso la decisione del governo di interrompere i colloqui con l’UE), di organizzazioni di tendenze liberali-progressiste che vedono nell’Europa del libero mercato la possibilità di affrancarsi dalla dipendenza russa e di entrare all’interno dei paesi capitalistici più avanzati, sino a posizioni anti-capitaliste e anti-nazionaliste.

Si tratta in ultima istanza di un conflitto, in nome della lotta contro l’oligarchia di potere, tra il ritorno a un vecchio nazionalismo revisionista e identitario, la speranza illusoria di un’economia di mercato che sia anche democrazia politica e la possibilità di sviluppare un processo di trasformazione verso un Ucraina più libera, equa e solidale.

La  situazione di P.za Maidan ricorda, pur in un contesto diverso, Piazza Tahir. In Egitto, la scommessa in gioco, all’indomani delle rivoluzioni arabe, aveva a che fare con il processo di modernizzazione del paese. Da un lato, i movimenti islamici hanno potuto approfittare della crisi del regime di Mubarach per affermare i propri valori secolari e religiosamente tradizionali, dall’altro una nuova generazione cognitiva ha posto con forza un’idea di trasformazione progressista. Sappiamo come è andata, anche se il conflitto non è ancora terminato.

Oggi in Italia si gioca, mutatismutandis, una situazione non dissimile. La fase di crisi sociale favorisce ideologie identitarie e nazionalistiche che spingono verso posizioni anti-euro a favore di soluzioni corporative, autarchiche e territoriali. E’ in gioco la trasformazione di questo paese, stretto tra posizioni oligarchiche corporative che si fanno scudo delle politiche di rigore dettate dall’oligarchia finanziaria e una possibile costruzione di alternativa sociale e economica.

Piazza Tahir non è distante nel tempo. E sappiamo come è andata. Le dinamiche sociali in Italia, nella discussione Euro si, Euro no, sono il nostro futuro più prossimo. Questi insegnamenti possono darci utili spunti di riflessioni in merito.

 

 

 

 

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