Sulle nostalgie industriali della questione meridionale – di Francesco Maria Pezzulli

Sulla rivista on-line EconomiaePolitica si è aperta una discussione su un tema che da alcuni anni sembrava essere scomparso dal dibattito politico italiano: la questione meridionale. In questo scritto, Francesco Pezzulli ci fornisce una lucida analisi di quali siano le novità teoriche e politiche da prendere i considerazione per una riattualizzazione della questone meridionale nel contesto del capitalismo cognitivo e finanziarizzato.

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I. E’ senz’altro meritorio che la rivista economiaepolitica[1] abbia aperto la sua testata all’annosa questione meridionale dal momento che questa, dura come un macigno, continua ad essere considerata la chiave di volta dello sviluppo socioeconomico nazionale. A secondo dell’ideologia con la quale la si è storicamente affrontata, il sud è stato interpretato una volta “vincolo” un’altra “risorsa”, una volta “condizione” un’altra “funzione” dello sviluppo. Fatto sta che gli strumenti analitici ed interpretativi che si sono succeduti nei 150 anni unitari, molte volte fondamentali per comprendere dinamiche altrimenti incomprensibili, sembrano oggi inefficaci a cogliere l’attualità della quistione, le motivazioni sociali, economiche e politiche che forgiano le condizioni meridionali odierne.

Credo sia proprio questo il perché della scomparsa della questione meridionale dall’agenda politica (e scientifica), fatto sul quale si sono intrattenuti gli articoli di economiaepolitica: le teorie che orientano gli studi e le indagini, e gli strumenti d’osservazione utilizzati, restituiscono un’immagine del mezzogiorno sempre più sfocata; sono utensili ormai desueti, incapaci a leggere insieme le tendenze del cambiamento sociale e della crescita economica. Da questo punto di vista, il silenzio è pudore; indica una certa cautela verso ricette frettolose che dal punto di vista della politica economica potrebbero aggravare le problematiche invece che alleviarle, mentre dal punto di vista dell’analisi si correrebbe il rischio di categorie poco affidabili sia dal punto di vista analitico che interpretativo[2].

In questa situazione è comprensibile che ci si rivolga al passato con una certa nostalgia, nostalgia dei tempi d’oro nei quali le scienze sociali (e gli autori che a vario titolo sono ricordati come meridionalisti) avevano a che fare con teorie e paradigmi forti, accettati da destra e sinistra, per cosi dire: vincenti. Può capitare, pertanto, di «rileggere pagine scritte oltre un secolo fa e trovarle attuali», oppure pensare che «il dibattito di oggi può apparire addirittura più “arretrato” di quello del passato»[3]. E’ capitato a molti studiosi delle cose meridionali fare queste riflessioni. Ma perché il dibattito di allora era “superiore”? Probabilmente perché le correnti storiche che si sono poste il problema del sud, sia liberali (Croce, Chabod, Romeo, eccetera) che marxiste (Gramsci, Sereni, Daneo, eccetera), avevano ben chiaro che la questione non poteva che essere letta (e risolta) in relazione alle trasformazioni dello sviluppo capitalistico nazionale. In altri termini, hanno rilevato e fissato il legame mezzogiorno – sviluppo capitalistico, ed in questo rapporto hanno ricercato le cause, le conseguenze e le possibili soluzioni del dualismo che accompagna l’Italia dalla sua costituzione[4]. Ed in questo rapporto i conti tornavano! È noto del resto che lo stato nazione sia stato la faccia politica della formazione del moderno capitalismo industriale, che si è avuta  in modo antagonistico tra città e campagne, tra Nord e Mezzogiorno. Quanto mai chiare in proposito le parole di Rosario Romeo :

«Ma è certo che, con la tariffa del 1887, non solo venne ripreso sotto nuova forma quel processo di sfruttamento dell’agricoltura a vantaggio dell’industria e della città in genere, che nei primi decenni dell’unità era avvenuto essenzialmente attraverso il fiscalismo statale e il contenimento dei consumi rurali; ma vennero generalmente aggravati e approfonditi i caratteri antagonistici del processo attraverso il quale si era compiuta l’Unità nazionale, tra città e campagna, tra Nord e Mezzogiorno. E volle dire, tutto questo, accentuazione non solo della inferiorità economica del sud, ma anche del suo scadimento sociale e civile, e della miseria e della sofferenza delle genti meridionali, che avrà la sua espressione più vistosa nel grande dramma dell’emigrazione, ma che si rinnova ogni giorno nella vita di tanti borghi e città, o pseudocitta, sparse per le assolate campagne del sud. E certo non saremo noi a sottovalutare di tutto ciò la negatività storica e morale. Ma accanto e al disopra di tutto questo e giocoforza ricordare che, proprio in virtù del sacrificio imposto per tanti decenni alla campagna e al mezzogiorno un paese povero di territorio e di risorse naturali e sottoposto ad una fortissima pressione demografica come l’Italia è riuscito, unico tra quelli dell’area mediterranea, a creare un grande apparato industriale e una civiltà urbana altamente sviluppata»[5]

Stesso processo a proposito dell’altro “passaggio” del capitalismo nazionale, quello del secondo dopoguerra. Anche qui nel giro di pochi anni un nuovo processo d’accumulazione investì il Mezzogiorno: la produzione agricola aumentò incredibilmente, di pari passo con il rivoluzionamento delle tecniche produttive e dei rapporti sociali tradizionali. Il modello preso a riferimento per compiere e legittimare il “decollo” verso l’industrializzazione fu quello della modernizzazione, elaborato in Nord America negli anni a cavallo della seconda guerra mondiale. La modernizzazione è stata una teoria dominante nelle scienze sociali occidentali, ha rappresentato per decenni il modo “corretto” di leggere i cambiamenti socioeconomici a livello globale. Ma, ancor prima, è stata una politica di sviluppo, un modo di comandare sugli stati e le popolazioni attraverso l’esportazione del processo d’accumulazione laddove non si era ancora compiuto nei termini industriali moderni: solo dove si sconvolgono gli antichi assetti della società agricola può nascere una società industriale; solo attraverso la macchinizzazione e intensificazione della produzione agricola può nascere un moderno mercato del lavoro; solo quando vengono rotti i muri di cinta che proteggono le comunità tradizionali può svilupparsi la società moderna; solo quando le campagne vengono subordinate alle città può nascere un sistema sociale moderno. Secondo la celebre nota di Talcott Parsons, i modernizzatori erano convinti che «la modernità nasce sulle ceneri della tradizione»; e contro le tradizioni lottarono per mezzo del mercato e della democrazia delegata, nei paesi fuoriusciti dal conflitto bellico come nei paesi di nuova indipendenza, come nelle aree arretrate interne a paesi avanzati, ancora soggette a modi di produzione e tecniche produttive pre industriali. Le prospettive che la teoria consegnò alle politiche sono sintetizzate nei concetto di mobilitazione sociale: «il processo in cui i nodi dei legami sociali, economici, psicologici, storicamente di maggior rilievo vengono corrosi e al fine spezzati, e la gente si dispone a nuove forme di socializzazione e comportamento»[6]. In modo schematico: la modernizzazione concepiva (e concepisce) lo sviluppo come un processo unico e valido per tutti i sistemi sociali. I paesi arretrati (ai quali il mezzogiorno veniva per analogia assimilato) cioè quelli che non hanno raggiunto gli standard di produzione e consumo occidentali avanzati, sono considerati “in via di sviluppo”; nel senso che, percorrendo le traiettorie al loro tempo percorse dai paesi industrialmente avanzati, si può successivamente raggiungere la stessa condizione di benessere. Tale processo, potenziale per i diversi sistemi sociali, può essere innescato dopo l’eliminazione di alcuni “vincoli”, primi fra tutti: la sovrappopolazione contadina, la razionalizzazione delle risorse agricole e la creazione di infrastrutture al decollo. Il decollo verso una moderna società industriale è possibile solo dopo aver condotto la rivoluzione capitalistica nella terra. Gli stadi di Rostow tutto sommato sono la conferma, da parte liberale, della lettura del processo d’accumulazione originaria di Marx.

II. Nello specifico del Mezzogiorno la modernizzazione prese inizialmente le mosse dalla teoria economica dello “sviluppo equilibrato”. Senza entrare nel merito possiamo dire che questa si basava, in primo luogo, sulla creazione delle cosiddette “economie esterne”, non valutabili in base ad incrementi immediati, ma necessarie per una seguente fase di industrializzazione. Secondo questa impostazione per impiantare una qualsiasi industria – e per far si che questa produca i risultati attesi – oltre ai capitali investiti nell’impianto necessitano altri capitali da investire nella “tonificazione” dell’ambiente. Nel primo decennio dei piani di sviluppo le programmazioni si concentrarono su queste migliorie e mostrarono da subito una straordinaria capacità di trasformazione: è unanime giudizio secondo cui, in questo periodo, il mezzogiorno tradizionale cessa di esistere, mentre comincia a prendere fisionomia, sulla base riproduttiva della pubblica amministrazione e dei servizi, un nuovo Mezzogiorno cittadino nel quale il governo politico nazionale (che stabilisce le direzioni dei flussi monetari e finanziari) ed i poteri locali (che stabiliscono i beneficiari dei flussi) la fanno da padrone. I mutamenti generati dall’intervento straordinario impongono, sul finire degli anni cinquanta, un cambio di prospettiva: in questo periodo si mette in soffitta l’approccio dello sviluppo equilibrato e comincia il periodo dello “sviluppo squilibrato”. Come è evidente dal capovolgimento dei termini, in reazione critica all’impostazione precedente, questa seconda versione teorica della modernizzazione sosteneva che il processo d’industrializzazione si sarebbe diffuso dai “punti alti” (dove cioè erano già presenti realtà industriali attive) verso gli altri territori. E’ finito il periodo della semina graduale per l’intero mezzogiorno, è il caso adesso di gerarchizzare gli interventi in quei luoghi dove la semina ha fatto vedere i primi frutti. Questo sulla carta, nella pratica la gerarchia degli interventi è stato il modo di sganciare il piano dai dettami prettamente economici per renderlo uno strumento politico (clientelare) tout court. Parlando di modernizzazione industriale del Mezzogiorno il confronto con le vicissitudini “politiche” dell’intervento straordinario sorge spontaneo. Il “piano” del resto dopo i primi sette anni divenne uno strumento clientelare a tutti gli effetti. Fu subito evidente, in questo senso, la particolare duttilità che aveva nel combinare la stabilità elettorale e la pace sociale. Lo sviluppo economico venne allora subordinato al progetto di mediazione politica e gli obiettivi realmente perseguiti divennero altri rispetto a quelli realmente praticati. Non è un caso, come ricorda Augusto Graziani, che i poli di sviluppo effettivi furono tre o quattro, mentre sotto il profilo amministrativo, tra aree e nuclei, ne sorsero almeno un centinaio. Dagli anni ’70 la sovradeterminazione politica degli obiettivi di sviluppo economico fu progressiva e, nel decennio successivo, diventò totale: con sempre maggiore ostinazione venne perseguita una politica di sussidi ed assistenza ed abbandonato il sostegno agli investimenti produttivi. Risparmio i lettori dai dati, ampiamente noti, della clientelarizzazione dell’intervento. Malgrado tutto, va riconosciuto a quest’ultimo un’importanza fondamentale dal momento che l’equazione “industria uguale sviluppo economico” era effettiva ed accertata.

Ma oggi che tale equazione non è più cosi nitida, cosa ci fa pensare che lo sviluppo industriale non ricada nelle maglie strette di una gestione clientelare? Dalle cronache non può certo dirsi che la classe politica, dalla locale alla nazionale, sia meno corrotta di un tempo. Rispetto ad allora semmai, restando nel Mezzogiorno, le reti locali di potere sono più deboli, proprio perché non hanno a che fare solamente con piani nazionali di sviluppo ma sono costrette a rapportarsi con una dimensione sovranazionale verso la quale non hanno la stessa aderenza. Se fino agli anni ’80, infatti, tali reti sono riuscite “straordinariamente” bene a coniugare gli interessi dei poteri locali con quelli statali – garantendo coesione sociale, governabilità del territorio e stabilità elettorale – con la fine  dell’intervento straordinario, l’instaurarsi della seconda repubblica e la nuova dimensione europea, le cose in parte cambiano. Nuovi attori, nuove regole, e soprattutto il fatto di non avere più una “cassa” alla quale attingere, hanno causato una serie di problemi sconosciuti a chi, abituato a muoversi con disinvoltura nella acquisizione e gestione dei trasferimenti nazionali, si è trovato imbrigliato nei vincoli per l’utilizzo dei fondi strutturali per le aree obiettivo 1. In altri termini, dal decennio ’90 le reti clientelari sono state costrette a diventare più selettive, a riorganizzarsi in molte funzioni e attività, a ricalibrare alcune azioni al fine di ridurre le complessità del nuovo corso. In questa nuova stagione, solitamente, sono cambiati i contesti e le modalità della politica clientelare, raramente i contenuti e i soggetti dello scambio.

Riproporre un piano di sviluppo nazionale senza aver prima affrontato questo groviglio sortirebbe l’effetto di ridare linfa e fiato alle reti clientelari (politico, imprenditoriali, sociali) che, seppur affiacchite, sono ancora salde nei posti nevralgici della società meridionale. Che lo sviluppo economico del sud costringa le forze retrive e particolaristiche a divenire moderne è un mito già sfatato: sono diventate moderne a modo loro, senza nulla cedere, come la teoria lasciava presagire, ai valori universalistici che avrebbero dovuto ispirare le loro azioni. E’ in questo ambito che bisogna determinare una modernizzazione o, per usare il concetto che definì più precisamente quanto avvenne in quel periodo: è la politica che necessita di una “grande trasformazione”. Siamo ancora in un periodo nel quale, per dirla con uno che il mezzogiorno e la modernizzazione li ha visti da vicino: «i nemici peggiori dello sviluppo produttivo del Mezzogiorno si trovano nel Mezzogiorno stesso»[7].

III. Le domande che pone oggi la questione meridionale sono altre rispetto a quelle che i meridionalisti, modernizzatori e non, si sono posti storicamente. La società industriale, com’è noto, non è più quella che venne formandosi negli anni ’50 e che, in Italia, si è consolidata nel corso del trentennio successivo. Come l’agricoltura fu costretta ad industrializzarsi, durante il processo d’accumulazione descritto in precedenza, adesso l’industria si è finanziarizzata. Questo, ovviamente, non vuol dire che scompaiono le manifatture con i metodi lavorativi che le hanno contraddistinte (nonostante i dati drammatici della deindustrializzazione) ma che queste sono state riconfigurate a partire dalle dinamiche dei mercati finanziari e dalle trasformazioni del lavoro. Nel corso degli ultimi decenni i dispositivi e gli agenti della finanziarizzazione si sono moltiplicati ed estesi lungo tutto il processo produttivo, e di conseguenza la finanza non ha rappresentato una deviazione parassitaria del ciclo economico ma un processo consustanziale a quest’ultimo, che ne accompagna le fasi e tende a riorganizzarne i processi e gli scambi. L’accumulazione finanziaria contemporanea è la risposta alla crisi del fordismo ed al conflitto continuo che l’industrializzazione ha vissuto, è «la forma di accumulazione del capitale simmetrica ai nuovi processi di produzione del valore»[8]. Detto altrimenti, il modo di produzione capitalistico ha compiuto un ulteriore passaggio, ha messo in moto un nuovo processo d’accumulazione che non si fonda più sul rapporto sociale di produzione di tipo industriale, ma su un rapporto che vede da un lato i capitalisti finanziari e dall’altro le popolazioni in generale, indipendentemente dal ruolo che queste assumono nelle specifiche branche produttive. Questo nuovo assetto si giova di una base tecnologica (informatica, telematica, eccetera) innovativa e riesce a valorizzare non solo il tempo di lavoro degli “occupati” in uno stabilimento o ufficio, ma anche il tempo di vita di coloro che formalmente occupati non sono, le loro fatiche fisiche ed anche le facoltà mentali e relazionali della forza lavoro, le sue qualità propriamente sociali.

Come questo avviene nel mezzogiorno? Come l’accumulazione finanziaria sta ridisegnando la geografia capitalista del sud? Con quali metodi e quali tecniche? Intorno a queste domande dovrebbe ruotare la ripresa del  dibattito sulle potenzialità di sviluppo meridionale oltre la dimensione dualistica italiana.

Nei fatti, dopo un quarantennio di modernizzazione, il sud non è più l’area arretrata ricordata più volte nei testi e nelle analisi dei meridionalisti. Il sud è globalizzato, è finanziarizzato, ed allo stesso tempo è rimasto neofeudale (tema fondamentale che travalica i limiti del presente scritto). Solo a partire da questi dati la riflessione sulla questione meridionale potrà riassumere la centralità di un tempo ed avere qualche chance, per cosi dire, di mordere la realtà; piuttosto che risolversi in seppur utili convegni.

Da questo punto di vista, ribadire la «necessità di una modernizzazione industriale del Mezzogiorno» e che «il settore manifatturiero è il motore della crescita» garantisce la tranquillità dei paradigmi forti, logicamente corretti, che deducono spiegazioni “oggettive”. Ma tali approcci mancano oggi della realtà stessa sulla quale sono stati formulati, in tal senso andrebbero  sostanzialmente ripensati, alla luce del venir meno della classica dicotomia tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo. Con questo, ripeto, non significa che il settore industriale, a partire dalla manifattura, sia inutile o del tutto incapace di generare crescita, ma che se un tempo era il vertice dell’articolazione economica e condizionava la produzione e i metodi lavorativi di tutti gli altri settori, adesso è in una posizione secondaria e subordinata ad altri settori: quello finanziario e quello del lavoro immateriale.

Un piano di sviluppo del Mezzogiorno, oggi, dovrebbe essere formulato a partire da quei settori altamente innovativi, definiti in gergo della “conoscenza”; ma soprattutto dovrebbe essere in grado di mobilitare le soggettività meridionali che dalla grande trasformazione in poi sono incessantemente cresciute. Si tratta di una forza lavoro prevalentemente cognitiva, mobile, flessibile ed altamente cooperativa che, non di rado, è divenuta imprenditrice di se stessa. Un piano dovrebbe predisporre il coinvolgimento di queste soggettività, puntare sulla loro coalizione, sperimentare modalità organizzative innovative, incentrate sulla cooperazione sociale, che si tratti di forme giuridiche  associative, cooperativistiche o imprenditoriali.

Questi soggetti sono la principale “risorsa” dello sviluppo che il Mezzogiorno “produce” e “possiede”, ed è da questi che bisogna ripartire, puntando sui settori legati all’innovazione ed al sapere, settori nei quali i meridionali sono già in grado di operare e “produrre”. Pensare di riportarli in fabbrica non tiene in conto che il mondo è cambiato, come ci ricordano i post con i quali vengono solitamente definite la società industriale e l’organizzazione del lavoro che l’ha contraddistinta. E, soprattutto, non tiene conto delle trasformazioni vissute dalla forza lavoro meridionale, che hanno ruotato proprio intorno al rifiuto operaio del regime di fabbrica.


[1]    Una versione breve del presente scritto, dal titolo Questione meridionale, reti clientelari e sviluppo economico, è stata pubblicata su “economiaepolitica”, rivista online impegnata nel dibattito sull’attualità della questione meridionale.

[2]    Un esempio può essere quello del capitale sociale che è stato utilizzato in analisi (sia micro che macro) del Mezzogiorno italiano, dove è stato utilizzato come categoria indicativa delle potenzialità di sviluppo. Da un esercizio svolto per indagare le capacità analitiche ed interpretativa del “nuovo” concetto è emerso che, dal punto di vista metodologico, il capitale sociale è del tutto inutile a discriminare i processi di mutamento sociale che intende spiegare. Come spesso accade agli approcci innovativi – in questo caso alla rielaborazione struttural funzionalista nord americana di un concetto fondamentale della critica scientifica e politica europea dei secoli scorsi – ci si trova davanti un grande contenitore che comprende numerosi fenomeni contrastanti ed ambivalenti, che possono favorire i processi di sviluppo o pesantemente bloccarli. Cfr. F.M. Pezzulli, “Il Capitale sociale: una potenzialità di sviluppo del Mezzogiorno?” in Daedalus. Quaderni di storia e scienze sociali, n. 18, 2003 – 2004

[3]    Cfr. C. Vita, “Il dualismo Nord – Sud fa passi indietro nella storia”, in economiaepolitica del 09 novembre 2013

[4]   Il dualismo è stato un tema costante del meridionalismo. Il concetto non è sinonimo di divario economico, in quanto considera l’Italia composta da due economie (due società) differenti ma non separate. In tal senso, il dualismo è utilizzato per individuare le differenze tra sud e centro-nord sulla base dei principali indicatori economici ma ha principalmente un significato politico, volto ad individuare e spiegare il nesso (economico politico) che unisce e tiene insieme le due società, nonostante una subordini e sia antagonista ad un’altra.

[5]    R. Romeo, Risorgimento e Capitalismo, Laterza, Bari 1978. cit. pag. 179-180

[6]    C. E. Black, La dinamica della modernizzazione, Istituto Libraio Internazionale, Milano 1971

[7]    Augusto Graziani, I conti senza l’oste. Quindici anni di economia italiana, Bollati Boringhieri, Torino 1990. Cit. pag. 161

[8]    Cristian Marazzi, “La violenza del capitalismo finanziario”, in Il Comunismo del Capitale, Ombre Corte 2010

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