Un tram che si chiama desiderio – di Agostino Petrillo

“ E i tram continuano la loro corsa…già nel socialismo”

W. Majakovskij

“Ö purpu le cottö”, il polpo, che richiede una lunga bollitura, è finalmente cotto, pare abbia detto, esprimendo un’evidente soddisfazione, il presidente della Regione Liguria Burlando dopo la concitata conclusione della lunga trattativa per la cessazione dello sciopero selvaggio di  cinque giorni dei tranvieri genovesi.

Se tutta la vicenda appare per ora essersi chiusa con modalità ben note e in un certo senso d’antan,  vista  la messa in scena per lo meno dubbia, se non addirittura truffaldina, della votazione finale (per chi non ci credesse consiglio un video su youtube e uno sul sito di Repubblica) e considerato più in generale il dispiegarsi di un apparato ormai consueto di promesse difficili a mantenersi e di rassicurazioni ambigue, pronte ad essere smentite alla prossima difficoltà dell’azienda, rimangono però alcune considerazioni da fare, al di là di quella che per ora pare una parziale sconfitta del movimento, di cui appunto può gongolare il presidente della regione.

Lo sciopero nasce da una vicenda di imbrogli e mancati rinnovi contrattuali che si trascina da anni, e che ha visto un lento ma inesorabile peggioramento del servizio pubblico e in particolare dei trasporti urbani. Una gestione “politica” delle partecipazioni statali, che in pratica non ha fatto che accompagnarne e assecondarne il declino, fino all’ultima spiaggia delle privatizzazioni.

Come è noto non si tratta di una questione unicamente genovese, dato che si è riproposta, in maniera diversa in numerosi contesti italiani e non solo. Va qui però brevemente rilevato che, sebbene la panacea della privatizzazione sia spesso stata riproposta nella cornice più generale delle modalità di amministrare le città tipiche del neo-liberismo, in realtà non vi è nessuna certezza che questa rappresenti una soluzione al problema dei trasporti. Anzi, gli stessi teorici della città che fanno riferimento alla scuola hayekiana, e che propugnano una dimensione urbana in cui è presente unicamente uno “stato locale minimo,” sottolineano che in linea di massima meglio sarebbe se trasporti e infrastrutture rimanessero prevalentemente in mano pubblica. Curioso tra l’altro notare che le città che vanno meglio in Europa sotto il profilo economico (si pensi a Monaco di Baviera) mantengono saldamente il controllo dei trasporti locali, con presenza praticamente quasi nulla o scarsamente rilevante del privato. In questo senso la privatizzazione appare quasi una gestione dell’urbano che interviene nelle realtà che declinano, come dire che è privato è il trasporto nelle città povere o impoverite, e sotto questo profilo il caso greco, con il completo fallimento della privatizzazione,può insegnare molto, come casi analoghi terzomondiali, da Maputo ad Algeri. Ricordo che ad Algeri, una decina di anni fa, per allinearsi alle raccomandazioni del FMI, era stato smantellato il trasporto pubblico, ma il risultato della privatizzazione era stato unproliferare e moltiplicarsi delle compagnie di trasporti, che si erano letteralmente spartite le zone della città in cui operare, per cui per percorrenze lunghe si pagavano più biglietti a seconda delle zone attraversate…insomma quasi tutti preferivano il taxi collettivo. Che le cose rischino di finire così se ne sono accorti anche a livello europeo, dato che in uno degli ultimi rapporti OCSE sulla situazione dei trasporti, vengono ridimensionate le spinte alla privatizzazione che avevano caratterizzato in altre epoche le indicazioni dell’Europa al riguardo, e si sottolineano gli “inconvenienti”, (di natura non solo economica) che la privatizzazione dei trasporti urbani comporta…

Per tornare a Genova, shrinking city che si avvia a divenire la Detroit italiana sotto il profilo della deindustrializzazione e dello spopolamento, e in cui la crisi attuale non è altro che il prolungamento e la tarda esasperazione di una crisi urbana e di un declino cominciatigià a metà degli anni Settanta, la privatizzazione completa dei trasporti potrebbe avere solo il significato di un definitivo coup de grace inflitto ad una città tutta sviluppata in lunghezza (33 km da Nervi a Voltri), in cui gli spostamenti con i mezzi pubblici rivestono un ruolo vitale per una popolazione ormai prevalentemente anziana e in via di rapida pauperizzazione.

Amministrazioni locali preposte principalmente a gestire il declino, e dotate non solo di limitate capacità tecniche, ma anche di scarsa inventiva, hanno lasciato per anni degenerare la situazione dei trasporti, con riduzione delle corse, aumento dei biglietti, orari sempre più lunghi per i lavoratori. Si è creata così una spirale involutiva, cui le scelte della giunta attuale hanno impresso un’ulteriore accelerazione, fino a  scatenare una rivolta senza precedenti, che ha trovato, nonostante l’enorme disagio provocato, una vasta solidarietà tra i cittadini. C’è chi ha postato dei tweets del tipo: “come è bello andare a piedi…” e non è mancata la nonnina che ha portato caffè e pietanze calde agli scioperanti. Quando i primi mezzi ripartivano dopo la firma dell’”accordo” molti viaggiatori si informavano sulle condizioni dell’accordo stesso, qualcuno ricordando precedenti vicende sindacali analoghe scuoteva mestamente il capo. Certo i tranvieri, come ha detto un loro portavoce: “non potevano fare la rivoluzione da soli”,  e nonostante l’adesione formale di molte categorie il controllo esercitato dal PD, in particolare  le pressioni giunte dal livello nazionale, estremamente allarmato per la piega che prendevano gli avvenimenti, ha impedito che venisse convocato uno sciopero generale cittadino che pure alcune forze avevano richiesto.Ora la “emergenza” è superata. Rimane la fiammata improvvisa, impensabile in una città da anni avvezza alla sconfitta e da sempre più incline al “mugugno” che alla pubblica espressione della conflittualità.  Si è respirato per alcuni giorni uno strano clima in cui si mescolavano esasperazione e rivalsa, una sorta di circoscritta “resa dei conti”, che giunge dopo un lungo periodo di ristagno. Nella lotta dei tramvieri una città intera ha sentito passare il brivido del tornare di tante cose non dette, di partite perdute, di generazioni marginalizzate o scomparse…

E’ chiaro che compressione salariale e taglio dei servizi stanno creando una situazione senza precedenti, in cui anche la capacità di sopportazione delle cittadinanze più stoiche è messa a dura prova. Chissà dove si accenderà il prossimo fuoco…

E comunque la città attraversata dai cortei e senza bus era bellissima…

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