Lavori inutili – di Roberto Faure

In economia vi sono domande che si pongono meno di altre. Una di queste è: a cosa serve il lavoro? Dando per scontato che il lavoro è utile (opinione dominante), la domanda cadrebbe in secondo piano anzi sarebbe inutile. Tuttavia, nella società del lavoro-senza-fine, la questione non è di poco conto.

La risposta del volgo è: il lavoro serve a guadagnare il denaro per vivere, oltreché a realizzarsi umanamente. Ovviamente non possiamo accontentarci di tale risposta.

Squilla il telefono, senti dire con voce melliflua “Buongiorno, il signor tale?”. Riattacchi. Questo due tre volte al giorno, sabato mattina compreso. Non riesci a contenere un moto di rabbia al pensiero dell’esercito di poveracci che tormentano lecitamente un intero popolo, alla caccia di qualche psicolabile, qualche vecchietto abbandonato in casa che è disposto a cambiare “contratto telefonico” pur di avere un contatto umano e non televisivo.

Sui sussidiari delle elementari c’è scritto che l’attività economica più importante della Calabria è l’agricoltura. Non è vero, è costruire case vuote. Mentono ai bambini.

Il bigliettaio, il casellante, l’ormai estinto usciere delle poste sono tragici effetti del Keynesismo che ormai vengono riconosciuti nella loro inutilità dal senso comune. Il capitale neoliberista, che ingoia e si nutre di tutto, utilizza tale senso comune per dare un senso alla spending rewiew: “noi vogliamo risparmiare” è l’unica giustificazione accettabile che i media possono propinarci per la nuova austerità (integralmente a beneficio della finanza).

 

Se ci spostiamo dallo status quo, immaginando (ecco un lavoro utile) una realtà possibile (e realizzabile), la quantità di lavoro inutile, nella nostra indagine, esplode.

In Francia e stata proposta una legge contro l’obsolescenza programmata: (http://www.lemonde.fr/planete/article/2013/03/21/les-verts-francais-pour-une-loi-contre-le-tout-jetable_1852013_3244.html ; il testo: http://biosphere.blog.lemonde.fr/2013/03/25/agir-contre-lobsolescence-programmee-enfin-une-loi/ ) un simile divieto renderebbe illecita un enorme quantità di lavoro inutile: il lavoro di chi (segretamente) progetta la minor durata dei prodotti, e la enorme quantità di lavoro che si fa per produrre beni che sostituiscono quelli truffaldinamente obsoleti.

L’obsolescenza programmata è un enorme e misconosciuto fenomeno di questa epoca. Schiere di tecnici, ingegneri, chimici, farmacologi, alimentaristi, operai studiano con cura come far durare poco i prodotti. Sociologi e contabili studiano quanto può essere sopportata la fine programmata del prodotto, per non superare la soglia che lo renderebbe invendibile. Tutto questo lavoro è tenuto segreto; noi lo possiamo definire inutile anzi assai dannoso.

Il primo danno (peggio che inutilità) è per chi spreca la propria vita lavorativa costruendo cose che sono programmate per durare poco. Se una lampadina dura un mese anziché 10 anni, possiamo fare dei calcoli (e non li facciamo, che noia) e dire che un 90qualcosa per cento del lavoro fatto poteva essere risparmiato. Per non parlare del lavoro (non retribuito) di chi dovrà sostituire la lampadina (come la lavatrice, l’automobile, il programma di software, il computer, la casa, il cibo ufficialmente scaduto, etc.) e trovare (col lavoro) i soldi per comprarne un’altra. C’è poi il lavoro di smaltimento creato dal quel 90qualcosa per cento di roba che finisce in discarica (o nel divertente ciclo del riciclo) che poteva essere evitato, che è del tutto inutile.

 

A Cuba è vietata la pubblicità (forse per questo la benigna leggenda che lì si lavora meno). Quanto lavoro è pubblicità? Quanto lavoro si spreca per produrre beni che, senza pubblicità, nessuno, o molti meno, comprerebbero? Sotto un’altra prospettiva, quanto lavoro retribuito si è costretti a subire per comprare cose che altrimenti non compreremmo?

 

Creare una tassonomia del lavoro inutile è uno sforzo non facile ma neppure troppo difficile.

Dapprima c’è una questione terminologica. In italiano la parola lavoro è stata creata dal nemico volutamente omnicomprensiva. Basti pensare al codice civile, che in Italia (caso abbastanza unico) comprende in sè, indistinto, il Codice di Commercio.

Con la codificazione di Mussolini del 1942 le norme sulle imprese, le società, il Codice di Commercio insomma furono incorporate nel codice civile nel libro V che si intitola “Del lavoro”.

In ossequio alla creazione delle corporazioni fasciste (e contemporaneo divieto dei sindacati), imprenditori (padroni) e dipendenti venivano assimilati in una unica categoria sociale, la cui contrapposizione di interessi veniva negata in radice; tutti lavoratori quindi, “uniti nel lavoro” per perseguire l'”interesse nazionale” superiore a tutto e a tutti.

Quanto c’è dell’interclassismo (obbligatorio) del fascismo che accomuna tutti, carnefici e sfruttati, nell’agghiacciante concetto di “mondo del lavoro”? quanto si trasferisce e ipocritamente si modernizza di ciò nel concetto ossimorico di “lavoro bene comune” che oggi ci propinano i mainstream di “sinistra”?

In altre lingue vi sono distinzioni lessicali più precise. In napoletano c’è “a fatica”; in spagnolo si dice trabajo, in francese travail, travaglio. In Inglese work e labour. Le parole verranno; noi dobbiamo aver chiaro che la distinzione tra lavoro e nullafacenza, tra lavoratore e ozioso, tra persone attive e inattive sono figure propagandistiche (cfr. A. Fumagalli, Lavoro male comune, 2013).

L’attività umana è parte della vita, forse è la vita stessa. Chi si dà da fare, si impegna, impara e migliora, aiuta gli altri e se stesso fa ovviamente bene. Bisogna quindi distinguere tra lavoro e lavoro. Manca un linguaggio condiviso. C’è il lavoro subordinato, eterodiretto comandato da altri, che crea valore di scambio e che si fa (solo o principalmente) per avere un reddito (salario) e lavoro come attività umana, utile, che crea valore d’uso, che a volte viene pagato in denaro a volte no.

In realtà la distinzione pare coincidere con la distinzione tra valore d’uso e valore di scambio. Il lavoro utile crea valore d’uso; il lavoro inutile crea solo valore di scambio, crea recinzione, scarsità.

Presa coscienza dell’inutilità, le conseguenze dannose del lavoro inutile appaiono maggiormente odiose, intollerabili, ed attivano il diritto a resistere. La spazzatura sovrabbondante origina la rivolta di Chiaiano. La TAV-TAC è contrastata dalla fiera lotta della Val Susa. Pensare alla TAV progettata per le grandi pianure ed alla sua utilità in Italia fa venire in mente Fitzcarraldo, quando trascinano la nave sulle montagne.

Il lavoro dipendente ovviamente crea spesso valore d’uso (sempre meno), sempre valore di scambio (seenò perché lo pagherebbero); ma bisogna considerare quanto valore d’uso crea, se ne crea, e quanta parte del lavoro è inutile. Se una comunità ha bisogno di 10 case e ne costruisce 100, sarà forse difficile individuare quali tra le 100 saranno usate. Ma è certo che 90 case non servono a niente. E centinaia di muratori, manovali, idraulici elettricisti si saranno svegliati all’alba per innumerevoli maledetti giorni che nove volte su dieci sono stati sprecati.

L’attività di recinzione è una cornucopia di inutilità e danno. Le case delle nostre campagne sono da anni diventate cupi fortilizi ed i ferrai utilizzano tonnellate di metallo sfornato dalle industrie metallurgiche: i vicini non si possono più parlare senza il rischio che scatti l’allarme. Si sospetta ormai che gli zingari e molti giornalisti siano in realtà impiegati delle ditte che producono porte blindate e cancellate; i nanetti da giardino sono custoditi meglio che in una banca. I furti si sono spostati dallo scassinamento della porta al semplice abbattimento del muro, come ognuno apprende guardando il cric nella nota pellicola “i soliti ignoti”.

Gli sbarramenti con metal detector e armigeri aggressivi si moltiplicano all’ingresso degli spazi pubblici. Gli appalti per installare forche caudine all’ingresso degli aeroporti, ora dei Palazzi di Giustizia fruttano cifre consistenti a ditte private, costantemente oggetto di cause di lavoro per i peculiari rapporti con i dipendenti. Interessante l’ingresso nel porto di Olbia: da un lato si sottopone a occhiute perquisizioni i passeggeri a piedi; dall’altro lato, le lunghe code degli automobilisti procedono senza controllo veruno, anche se hanno una bomba atomica nel bagagliaio. Ovviamente il serio ladro o terrorista si farebbe un baffo di tali recinzioni, ma entrano lo stesso nella nostra vita sociale ed economica, danno lavoro.

La costrizione all’automobile privata pare l’apoteosi di tali ragionamenti. In una città ormai non più immaginata mancherebbe la fatica della maggior parte di vigili, benzinai, stradini, pubblicitari di auto, automobilisti, gommisti, meccanici, elettrauto, autoricambi, assessori per il traffico, posteggiatori, costruttori e gestori di garage; si ridurrebbe moltissimo il carico di lavoro negli ospedali, tribunali, cimiteri, etc.

 

La più recente frontiera del lavoro inutile è la dolorosa informatizzazione della pubblica amministrazione. Chiunque debba avventurarsi negli odiosi siti di servizio della PA sente un groppo alla gola, prova ribrezzo e nausea.

Nel Servizio Sanitario Nazionale i medici ed il personale sanitario perdono ore ogni giorno a compilare moduli, con programmi informatici indegni, fatti da ditte diverse (gestite da malfattori), programmi che non si parlano l’un l’altro, costosi. Per i medici di base è così da anni, passano il tempo a compilare moduli. Il tempo perso è sottratto alla cura dei malati, e c’è una costante colpevolizzazione dei sanitari che induce ad un aumento del tempo di lavoro per garantire le cure. I malati vengono accuditi meno da chi lavora sotto stress e il servizio peggiora, col fine di creare un mercato della sanità a pagamento.

La crescente modulistica, aggravata dall’utilizzo distorto dell’informatica, non prevede nessun dialogo del gestore coll’utente ma una dittatura assoluta sulla vittima del modulo da compilare, che non può dare nessun suggerimento come è invece normale nella comunità informatica. I cleptomani che allignano nella Pubblica Amministrazione comprano programmi inefficienti ed irritanti a piacimento, da imprese che ottengono l’appalto per via mafioso clientelare.

Mentre allo sportello un impiegato doveva affrontare delle persone, il modulo informatico è una violenza senza volto, un drone violento senz’anima che sottrae lavoro non pagato e quindi vita all’utente, senza che il carnefice debba coprirsi il volto col cappuccio nero del boia (di tempo altrui).

In una Italia in cui l’ignoranza è programma di governo, l’analfabetismo informatico diviene strumento per la moltiplicazione del lavoro inutile dei moduli. Coloro che costretti si avventurano controvoglia davanti ad una tastiera per compilare i moduli, avendo la maggior parte poca dimestichezza col computer, vivono con senso di colpa il fatto che la schermata si annulli quando usi il tasto “torna indietro” o quando compare un messaggio assolutamente incomprensibile e volutamente fuorviante o altri tiri di ruota. Quindi la tortura in questione trova nella maggior parte dei casi dei destinatari consenzienti.

La modulistica informatica raggiunge così il suo obiettivo finale: creare depressione e quindi sottomissione. Il meccanismo è quello stesso della tortura: fare interiorizzare, con l’aiuto del dolore, un senso di impotenza che poi accompagni il suddito nel tempo rimanente della sua esistenza.

Il paragone sarebbe esagerato se non si considerasse il tempo (breve) a cui solitamente si dedica una seduta di tortura o la compilazione di moduli informatici, nonché il numero di destinatari dell’una e dell’altra pratica (i moduli sono per tutti).

Una buona parte della tortura modulistico-informatica passa attraverso il delirio securitario delle password.

Ad esempio l’INPS ha progressivamente subordinato i diritti (utopia obsoleta) alla previdenza ed assistenza sociale, all’uso del lavoro creato ex nihilo dei patronati. Per ottenere la pensione, il sussidio ed ogni altra previdenza il pensionato, il lavoratore dovrebbe utilizzare internet, ovviamente dopo aver ottenuto la password che l’INPS non ti da, e che scade ogni tre mesi per garantire il rinnovo della sofferenza.

Quindi l’avente diritto per esercitare il diritto deve andare al patronato, pagato col denaro pubblico, che affilia i postulanti a qualche organizzazione clientelare del consenso ed ottiene l’odiosa password in un istante. Al patronato ovviamente il nostro farà una coda, seduto con altri derelitti col cappello in mano, perdendo il tempo che è l’essenza del lavoro.

Molti giovani trovano lavoro nei patronati, il cui nome è un preannuncio dei contratti di lavoro ivi applicati.

I registri del catasto e della conservatoria immobiliare sono stati trasferiti in banche dati informatiche. Tutti sanno che tali dati sono inutilizzabili; vengono forniti dopo adeguata coda su fogli scritti con linguaggio e grafica la cui comprensione è una scienza del tutto orale. Tale esegesi, gelosamente custodita, dà il pane ad un esercito silenzioso di lavoratori, i “visuristi”; solo loro sanno scrivere i pochi numeri necessari per le operazioni immobiliari nella casella giusta, usando programmi con comandi contraddittori, organizzati per non essere comprensibili, e con finalità di frustrazione.

Riguardo ai commercialisti fiscali ed ai CAF, si annoti che nel nostro paese non è possibile compilare una dichiarazione dei redditi on line.

 

Insomma, nel giardino dell’Eden della sovrapproduzione meccanizzata e informatizzata un vecchiaccio cattivo vuol farci svegliare presto la mattina e torturarci tutto il giorno per pura cattiveria. Che fare?

Per cominciare, il segreto è dirlo! Volere riconoscere (e raccontare) il lavoro inutile è un’avventura difficile da affrontare, a volte potrebbe significare perdere o cambiare il senso di gran parte della nostra esistenza, attraversare lo specchio. Ma il nostro inconscio già lo fa, e l’alienazione non si evita facendo finta di niente. Tanto vale mangiarsi la pillola rossa.

Articolo pubblicato su Quaderni di San Precario n. 5 – Luglio 2013

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