E-waste 2.0 – di Gianluca Giannelli e Giorgio Griziotti

Si chiama e-waste l’emergente, nuova patologia per l’ecosistema uomo-ambiente, prodotta dall’attuale fase storica del modo di produzione capitalistico.

I rifiuti elettrici ed elettronici (e-waste) rappresentano ad oggi il flusso di rifiuti in maggiore crescita nel mondo. Ogni anno ne vengono generati tra i 40 e i 50 milioni di tonnellate e secondo uno studio dell’UNEP (United Nation Environment Program) questo dato potrebbe crescere di circa il 500% nei prossimi dieci anni, soprattutto in quei paesi, come l’India, la Cina e alcune regioni dell’Africa, in cui l’industria tecnologica è in forte sviluppo. Si tratta di rifiuti pericolosi, i quali contengono decine di sostanze tossiche per la salute umana e l’ambiente; sono complessi da smaltire in maniera sostenibile e richiedono delle lavorazioni molto dispendiose per essere riciclati. Questo è il motivo per cui circa l’80% degli e-waste prodotti nei paesi sviluppati (Nord America ed Europa in cima alla lista) non vengono smaltiti in loco, ma vengono caricati su navi container e spediti in paesi in via di sviluppo quasi sempre in maniera del tutto illegale, e dove, in maniera del tutto illegale, avviene il loro smaltimento.

Nella sua storia di assoggettamento e sfruttamento delle risorse del pianeta, la specie umana ha sempre prodotto scarti e rifiuti come esito collaterale delle attività di produzione e consumo.

Ma è solo con l’economia cosiddetta industriale, prima, e chimica, del petrolio e della plastica, poi, che il rifiuto prodotto dall’uomo non è stato più metabolizzato e riciclato dalle forze naturali che regolano la dinamica vitale del pianeta.

Il processo di mercificazione e valorizzazione capitalista ha così potuto definire, creandola, una vera e propria “economia del rifiuto” finalizzata ad estendere la logica del profitto e dello sfruttamento anche a quegli stessi scarti che esso stesso aveva prodotto, in una iterazione senza fine del processo che traeva valore anche dalla sua stessa morte.

ewasteAl pari del rifiuto organico, che nella decomposizione viene trasformato in materia organica per la ri-generazione della vita, l’azione capitalista dispone, mediante il suo comando, che esseri umani decompongano i rifiuti prodotti da altri esseri umani per la ri-generazione del profitto.

Non più vermi ed enzimi a  compiere il ciclo naturale di vita e morte,  producendo  energia biochimica e fertilizzando la terra, ma uomini e donne costretti a decomporre carcasse inorganiche e generare denaro per la propria sopravvivenza e profitto per il capitale altrui.

La peculiare modalità di differenziazione e specializzazione funzionale all’interno della specie umana, portato dell’organizzazione mondiale del modo di produzione capitalistico, opera dapprima una sottrazione delle risorse ambientali, dei saperi e dei modi di produzione tradizionali -un tempo sufficienti al sostentamento delle popolazioni locali- per poi costringere le popolazioni così de-private ad accettare, come unica possibile, la condizione di sopravvivenza data dall’operare in una funzione specifica nell’ambito del più vasto sistema di divisione mondiale del lavoro.

Vecchi e nuovi processi di colonizzazione producono vecchie e nuove forme di specializzazione funzionale su base etnica e territoriale, dando vita a generazioni di uomini condannati ad assolvere funzioni specifiche. Uomini e donne “socialmente modificati” per svolgere un compito preciso, funzionale al mantenimento dell’intero sistema.

Così è accaduto, tra le altre, per l’”economia del rifiuto” che sin dalla sua nascita con il capitalismo industriale ha subito cambiamenti implicati dalle trasformazioni che quest’ultimo ha vissuto nel tempo. Al pari, anche gli “uomini socialmente modificati” sono stati coinvolti da trasformazioni adattive alle mutate esigenze funzionali.

Difficile non ricordare la figura del robivecchi della città dell’epoca industriale o non riconoscere, sempre in questa tipologia la figura del cercatore di metallo -in genere rame- nei cassonetti delle città contemporanee post-industriali. Le due figure sono il prodotto, però, di modalità storicamente e qualitativamente differenti di configurazione del sistema capitalistico.

Difficile, ancora, non annoverare in questa tipologia i cernitori dei rifiuti solidi urbani che operavano nelle discariche a cielo aperto delle città occidentali dell’era industriale.

Più facile riconoscere, forse, oggi -grazie alla diffusione dell’informazione connessa alle tecnologie della comunicazione- gli uomini donne e bambini dei villaggi africani che “decompongono” le grandi navi commerciali insabbiatesi perché abbandonate alla deriva o piuttosto i nuovi cernitori dei rifiuti solidi urbani delle discariche a cielo aperto del Madagascar luogo sublime trasformato in una delle pattumiere della terra post-industriale del 21° secolo.

E’ l’attuale fase del capitalismo “biocognitivo-finanziario” a definire la fisionomia della versione contemporanea dell’ “economia del rifiuto” assumendo proprio nell’ “e-waste” la materia e il simbolo di una discontinuità e nel contempo specificità rispetto al passato.

E’ proprio tramite le macchine cognitive che vengono  prodotte  individualità consumistiche nuove nel loro genere;  la materialità dell’oggetto di consumo, anche nel suo significato simbolico di strumento d’emancipazione sociale che lo aveva caratterizzato nell’epoca fordista della produzione e consumo di massa, ha esaurito la sua capacità di generare godimento. Per evitare che le macchine cognitive diventino strumenti riciclabile di produzione autonoma delle moltitudini l’obiettivo del capitalismo d’inizio millennio  è quello di creare  individualità bio-cognitive destinate a  produrre  e a consumare informazioni, segni e simboli, durante tutta la loro esistenza biologica, conferendo al contenuto immateriale vero valore di merce.

Il ciclo di valorizzazione del capitale che nell’epoca industriale e della modernità era stato rappresentato dalla celeberrima formula “D-M-D+”[i], diviene oggi nel capitalismo di matrice finanziaria-biocognitiva “D-I-D+” ove per I si intende l’informazione perennemente prodotta e consumata dall’uomo individualizzato dai processi di segmentazione e segregazione biocognitiva.

Per sopravvivere alla caduta del profitto d’una produzione industriale ormai robotizzata il capitalismo cognitivo ha bisogno d’una  “digitalizzazione dell’Io” indotta all’appagamento continuo della sua “bulimia semiotica”, dalla quale estrarre  la maggior parte del proprio valore in questa contemporaneità, relegando  di fatto la materialità (anch’essa, come detto, oggetto di valorizzazione) a mero supporto, veicolo, tramite del “segno”, vero oggetto del godimento individuale.

Questa logica  di mercificazione incondizionata è una macchina che produce  dicotomie:  ”Segno”/”supporto”, “informazione”/”materia”,  che si ripercuotono su dimensioni divergenti dello spazio-tempo.  Segni ed informazioni permangono ovunque e per sempre nelle reti ipermediate e nelle menti individuali.

Supporto e materia restano limitati e localizzati  per effetto d’una necessaria e procurata obsolescenza fisica e tecnologica e di una loro specifica localizzazione territoriale al termine del ciclo di utilizzo.

Ed è in questa procurata “spazialità” che si rinviene l’e-waste;  scempio di terra e uomini, prodotto dalla gestione neoliberale dei rifiuti del consumismo digitale.

Ed è sempre in questa “spazialità” che la materia incontra la materialità, la miseria e la crudezza delle condizioni di vita degli uomini donne e bambini che sopravvivono de-componendola.

Se nella solitudine delle vite in rete si perde il contatto con la materialità degli oggetti tecnologici, è ancora in questa spazialità che  colpisce  ritrovarle sotto forma di discariche tossiche. Ancora di più impressionano gli  sguardi di uomini giovani ed adolescenti costretti a viverci in mezzo.

Le vastità e le quantità dei siti di e-waste nei paesi poveri del Sud  si spiegano con i milioni di tonnellate di scarti elettronici che vi sono riversati.  Flussi crescenti perché nella fase d’integrazione di reti e territorio ai PC ed ai televisori si aggiungono  i miliardi di  nuovi dispositivi mobili  quali smartphones, tablets, laptops  etc.  Questo sperpero è incentivato dalle Corporations delle  ICT[ii] che, nella ricerca spasmodica d’infiniti profitti, mettono in opera un’obsolescenza programmata sempre più diffusa ed aggressiva dei loro prodotti.

Sotto il regime della governance finanziarizzata le leggi che dovrebbero impedire questi disastri umani ed ecologici sono fatte in modo da lasciare ampi spazi agli  interessi di chi detiene il potere economico  pubblico e privato. Che differenza rispetto alla durezza inflessibile con cui sono applicate le leggi fatte  per allontanare dai nostri paradisi postindustriali  i lavoratori migranti. L’esecutivo della governance preferisce di gran lunga che restino a casa loro, salvo poi renderla, questa casa,  un immondezzaio tossico.

Il rafforzamento e l’applicazione (enforcement) delle insufficienti leggi internazionali contrarierebbe enormi profitti. Disfarsi  d’un vecchio  PC  spedendolo verso una discarica africana costa 2 dollari invece dei 20 che occorrono per riciclarlo in modo sostenibile. I 18 dollari di differenza se li da spartiscono gli operatori apparentemente rispettabili del nord ed i loro corrispondenti mafiosi del Sud. Si riproduce su scala mondiale la connivenza e la complementarità fra capitale legale e capitale mafioso di certi paesi del sud Europa…

Nelle regioni periferiche del mondo le forme d’accumulazione e d’organizzazione mafiose costituiscono un mezzo essenziale d’inserzione nella divisione internazionale del lavoro.

Secondo gli economisti non infeudati alla finanza mainstream “alla fine capitale cognitivo e mafioso ritrovano una loro vera unità nell’opacità intrinseca dei mercati finanziari dove qualsiasi distinzione scompare”[iii].  Ancora una prova che lo sfruttamento ha la stessa matrice sia nel costruire che nel distruggere …

Se da un lato nei paesi emergenti  le eco-mafie prendono il controllo delle risorse rare e non rinnovabili, dall’altro contribuiscono al contesto di crisi ecologica come per l’e-waste.  In entrambi i casi si tratta di un esproprio del comune sia per quanto riguarda la devastazione del territorio che per lo sfruttamento che confina con lo schiavismo viste le condizioni di distruzione della vita di chi lavora in un tale inferno.

Il paradosso sconvolgente sta nell’avere sotto gli occhi  il risultato tangibile della cruda materializzazione nella spartizione dei ruoli nell’economia globale.

Alle oligarchie  della finanza  vanno i dividendi della proprietà intellettuale,  delle produzioni immateriali o dei dispositivi (devices) bioipermediali ,  alle moltitudini dei “damnés de la terre”  postindustriali la schiavitù delle discariche tecnologiche che invadono il loro ecosistema rendendolo sterile e tossico.

I territori dell’e-waste, le trecento tonnellate quotidiane d’acqua radioattiva versate nell’oceano di Fukushima, il decadimento delle lande devastate dal fracking  per estrarre gas e petrolio di sciste: non c’è rottura  nella nocività del modello capitalista nel tempo. Girando in rete la macchina dominante  della sola razionalità economica accellera il ritmo di distruzione della biosfera.

Sino a quando?


[i] D-M-D+ con questa formula Marx intende descrivere il capitalismo avanzato (alla sua epoca), secondo cui il denaro (D) viene utilizzato per comprare della merce (M) che verrà poi venduta in modo da ottenere più denaro (D+ o plusvalore). Per cui la merce funge da mezzo per incrementare il denaro.

[ii]Information, communication technologies.

[iii]Capitalisme cognitif et capitalisme mafieux di DIDIER LEBERT e CARLO VERCELLONE http://uninomade.org/. Tradotto dal francese dall’autore.

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